17.10.12

Tara a Parigi




Dal 3 novembre al 27 gennaio la goletta d’esplorazione Tara sarà a Parigi, al porto degli Champs Elysées.
Visita il blog dedicato allo scalo di Tara a Parigi: taraparis2012.blogspot.fr con in programma delle proiezioni e i dibattiti (in lingua francese)


Una grande esposizione installata in container marittimi, vi permetterà di capire l’importanza del ruolo dell’oceano per la vita sul pianeta e come il cambiamento climatico condizioni – attualmente e in futuro – la sua evoluzione. 

Durante il weekend l’equipaggio sarà a vostra disposizione per una visita guidata a bordo di Tara.
Durante questi tre mesi a Parigi, circa 130 scuole, centri culturali e sportivi della regione saranno invitati a visitare l’esposizione e la goletta in presenza dell’equipaggio e a partecipare agli ateliers scientifici. Avranno quindi modo di toccare con mano la realtà di una spedizione scientifica e di riflettere sulle attuali problematiche ambientali.

L’ESPOSIZIONE

Sulla riva della Senna accanto al ponte Alexandre III l’esposizione TARA EXPEDITIONS, ALLA SCOPERTA DI UN NUOVO MONDO: L’OCEANO ripercorrerà, per la prima volta, le diverse spedizioni di Tara Expeditions mettendo in luce i dati raccolti durante la recente spedizione Tara Oceans dedicata allo studio del plancton e del suo ruolo primordiale nella mutazione climatica.

La bellezza dei due poli sarà rappresentata dalle foto in bianco e nero di Vincent Hilaire, corrispondente a bordo durante le ultime due spedizioni. 



X.Bougeard/Tara Expéditions

INFORMAZIONI

Trasporti. Metro linee 1, 8 e 13, Champs-Elysées/Clémenceau. RER, linea C, Invalides. Bus, linee 72, 83 et 93
Orari. Aperto tutti i giorni tranne il martedì dalle 11:00 alle 18:30 e il weekend dalle 10:00 alle 18:30.
Tariffe. 6 € a partire dai 12 anni - 5€ studenti - 2 € dagli 8 ai 12 anni - gratis per i minori di 8 anni.


PARTNERS DELL'EVENTO
agnès b., Mairie de Paris, Voies Navigables de France, Région Ile de France, l’ADEME, la Fondation EDF, Palais de la découverte-Universciences, Métro Publications et l’Agence France Presse. 

15.10.12

L'agenda

Dopo alcuni scali in Europa durante l’inverno, la goletta ripartirà nel 2013 per una nuova missione, continuando a condividere con tutti voi i risultati delle spedizioni realizzate dal 2003.

D.Sauveur/Tara Expéditions

Da maggio 2013 vi porteremo in direzione del Grande Nord. Tara tenterà di effettuare il giro dell’Oceano Artico percorrendo la rotta lungo i passaggi a Nord Ovest e a Nord Est, ghiaccio permettendo… La maggior parte degli scienziati e degli istituti coinvolti nel progetto Tara Oceans ci accompagnerà per studiare l’ecosistema polare marino e completare il lavoro realizzato dal 2009. Sarà inoltre un’occasione per aggiungere nuovi programmi di ricerca specifici di questa regione, come la ricerca sulle particelle di plastica o sulle tracce di sostanze inquinanti.
Naturalmente, condivideremo l’avventura con tutti voi e affronteremo i temi attuali di questa regione così inospitale e al contempo affascinante.

Il 2014 è ancora lontano ma Tara seguirà la sua rotta verso la barriera corallina del Pacifico con un equipaggio di scienziati, navigatori e cineasti e stiamo già lavorando per definire le linee guida di questa spedizione con l’aiuto del regista Luc Jacquet e del sub Laurent Ballesta.

Infine, intendiamo preparare una nuova deriva artica che debutterà a metà 2015, e questa volta toccherà lo stretto di Bering.

Da maggio 2009, Tara Expéditions si è costituita in fondo di dotazione, una struttura senza fini di lucro.  L’indirizzo è 12, rue Dieu, 75010 Parigi, Francia.

Il Fondo Tara è abilitato alla ricezione di donazioni e lasciti finalizzati al finanziamento delle spedizioni Tara, un’azione per comprendere meglio il pianeta. Nel 2010 è stata costituita una fondazione Tara negli Stati Uniti per sostenere Tara Expeditions in quel territorio.

15.6.12

L'avventura continua!

D.Sauveur/Tara Expéditions

Dopo più di due anni e mezzo di spedizione, Tara è di ritorno a Lorient. Quest’ultimo viaggio di studi sulla vita marina permetterà al veliero di ritagliarsi un posto indiscutibile nel mondo scientifico e dell’avventura. La goletta continua la sua rotta sulla scia delle grandi navi oceanografiche.  

Etienne Bourgois, presidente di Tara Expéditions, già punta il suo sguardo verso il futuro.

Dopo una spedizione-maratona come questa, quale sarà il futuro di Tara?

L’imbarcazione rimarrà in Europa quest’anno. Sarà a Lorient per svolgere delle attività scolastiche; poi, per la tappa della Volvo Ocean Race, a Dublino e a Brest a luglio, infine raggiungerà Parigi in autunno. Nel 2013, desideriamo ritornare nell’Artico, un oceano che non abbiamo investigato durante Tara Oceans, per fare il giro dei passaggi a Nord Ovest e a Nord Est. Non conosciamo molto la biologia di questa regione. Sarà l’occasione per mettere a frutto il nostro know-how sviluppato nel corso di due anni e applicarlo a questa zona polare poco nota, ma al centro dell’attualità. Continueremo anche il nostro programma di misurazioni del tasso di plastica a bordo e daremo vita a nuove collaborazioni.

Di ritorno al polo...

Jean-Claude Gascard, che ha preso parte al progetto Tara Arctic con il programma scientifico europeo Damoclès, è di nuovo il coordinatore di un ambizioso programma europeo nell’Artico, che porta il nome di ACCESS (2011-2015), con cui contiamo di collaborare; senza dimenticare gli specialisti russi, canadesi e del Québec di questa particolare regione. Gli scienziati ritengono che nell’Artico siano in corso cambiamenti radicali e che una nuova valutazione della situazione della biodiversità sia molto importante per il futuro.

Avete anche l'intenzione di riprendere gli studi sui coralli…


Stiamo delineando i contorni della spedizione che, nel 2014, seguirà quella dell’Artico, un progetto di studi sul gradiente della biodiversità delle barriere coralline in superficie e in profondità nel Pacifico. Una spedizione realizzata in collaborazione con il regista Luc Jacquet e la sua associazione Wild-Touch, che attraverserà il Pacifico e l’Asia del Sud Est, per poi terminare ad Hong Kong. Infine, desideriamo preparare una nuova deriva artica che debutterà a metà 2015, questa volta passando per lo stretto di Bering. Ripartiremo per altri due anni o forse più…

Etienne Bourgois - F.Latreille/Tara Expéditions

La deriva polare sarà stata un vero successo per Tara…

Tra il debutto della prima deriva artica di Tara, nel 2006, e la fine della seconda, saranno passati quasi 10 anni. All’epoca, tra 2006 e 2008, non fu possibile portare a termine alcuni programmi biologici. Inoltre, adesso l’equipaggio di Tara vanta una certa competenza in logistica polare che siamo felicissimi di mettere al servizio della scienza.

Cercate un po’ più di visibilità?

Tara Oceans è una missione di riferimento che funziona bene, ma il grande pubblico non si è ancora reso conto fino a che punto sia stata una sorpresa per gli scienziati. Tutti concordano nel dire che, grazie a questa spedizione, abbiamo scoperto la nostra ignoranza in materia di oceani. Lavoriamo sulla comunicazione al grande pubblico realizzando film destinati al cinema. Tara Oceans non si ferma quando la nave torna in porto.

Avete parlato anche di un progetto di studio sugli estuari...

È un progetto non ancora terminato a cui tengo molto. Sul mare sorgono vere e proprie megalopoli, 2 miliardi di esseri umani sono interessati e gli obiettivi sono importanti: inquinamento, surriscaldamento climatico, accesso all’acqua potabile e desertificazione. Le pressioni sulla popolazione saranno tali che si stima che quasi 150 milioni di persone dovranno migrare per motivi climatici da qui alla fine di questo secolo. Una certezza: Tara Expéditions si augura di continuare ad operare in favore dell’ambiente.

Dichiarazioni di Etienne Bourgois raccolte da Dino Di Meo

IL FUTURO DI TARA OCEANS
di Éric Karsenti, direttore scientifico della spedizione Tara Oceans

Eric Karsenti - S.Bollet/Tara Expéditions


- 10 anni di analisi complesse sui dati e i campioni raccolti durante la spedizione. Si tratta di un lavoro che dovrebbe offrire per la prima volta una visione integrale dell’ecosistema planctonico mondiale.

- L’applicazione delle nostre scoperte al dominio della ricerca e dello sviluppo per un’ecologia globale del pianeta (nel quadro del programma Oceanomics).

- Un importante rafforzamento della struttura collaborativa e del consorzio OCEANS che riunisce tutti i coordinatori scientifici di Tara Oceans.

- Il potenziamento dell’impatto delle nostre osservazioni a livello politico in collaborazione con istanze nazionali e internazionali come le Nazioni Unite.

- Una maggiore collaborazione tra Tara Expéditions e alcuni attori scientifici come il CNRS (Centro nazionale per la ricerca scientifica), l’EMBL (Laboratorio europeo di biologia molecolare) e il CEA (Commissariato per l’energia atomica e le energie alternative), al fine di diffondere la conoscenza degli oceani al grande pubblico.

14.6.12

Tara Oceans: un tesoro scientifico

D.Sauveur/Tara Expéditions


Iniziata a settembre 2009, l’ottava spedizione di Tara (Tara Oceans) ha come scopo determinare, durante un tour mondiale di due anni e mezzo con 50 tappe, l’effetto del riscaldamento globale sui sistemi planctonico e corallino. Un centinaio di scienziati di tutto il mondo ha preso parte all’avventura. Il primo bilancio della spedizione supera ogni aspettativa. Ma i risultati chiave non saranno noti prima di qualche anno.

Un’odissea di 938 giorni in mare – dal Mediterraneo all’Atlantico, dall’oceano Indiano al Pacifico, fino all’Antartico – e, alla fine dell’avventura, un grido di gioia: «Missione compiuta!». È proprio questo il ritornello intonato in questi giorni dai 70 membri dell’equipaggio e dai 126 scienziati di 35 nazionalità che, dal 2009, hanno vissuto insieme a bordo di Tara (e a terra).

Lo scopo ambizioso di questa spedizione appoggiata dal CNRS (Centro nazionale per la ricerca scientifica), l’EMBL (Laboratorio europeo di biologia molecolare) e il CEA (Commissariato per l’energia atomica e le energie alternative) e da numerosi attori pubblici e privati, coordinata dal biologo Eric Karsenti, responsabile scientifico della spedizione, e da Etienne Bourgois, armatore e presidente di Tara, era chiaro: lo studio degli ecosistemi planctonici nei due emisferi, e di tutti gli oceani, allo scopo di rilevare i preziosi genomi, ma anche gli insiemi corallini. Formato da organismi, animali, piante, alghe, virus e batteri alla deriva, il plancton (dal greco planktos = derivante, errante), essenziale tassello dei cicli climatici e biogeochimici del globo, rappresenta l’80% degli organismi unicellulari apparsi sulla Terra 2,7 miliardi di anni fa. Da qui l’entusiasmo di Eric Karsenti, incentivato dalle ultime frontiere dell’ignoto… «L’idea era quella di comprendere meglio l’origine del plancton, le sue evoluzioni, i suoi movimenti da un oceano all’altro. Quale era la sua distribuzione e la sua biodiversità? Tutti i suoi regni erano interconnessi? Come influiva l’ambiente – temperatura, salinità, acidità e parametri psico-chimici – su queste rare creature?» Per dare una risposta, Tara Oceans ha fatto appello a un esercito di esperti in genomica, imaging quantitativo, biologia, biogeochimica, biogeografia, oceanografia, biofisica, genetica e bioinformatica... Una interdisciplinarità rara. «È stata proprio questa la forza di tale spedizione, il suo apporto rivoluzionario», insiste Eric Karsenti.

CTD - Tara Expéditions

Nel 1997, la NASA aveva fornito la prima stima mondiale sulla produzione clorofilliana di plancton, precisandone il ruolo di regolatore dell’aria terrestre grazie ai suoi processi di fotosintesi. Tara Oceans ha consolidato l’insieme di conoscenze grazie all’enorme quantità di dati raccolti dalla goletta. I ricercatori hanno prelevato 27 000 campioni: un passo da gigante nell’ordine dell’infinitamente piccolo. Da lì la scoperta di un panorama, fino ad allora ignoto, del plancton. Se, fino ad oggi, sono stati scoperti 500 000 organismi planctonici, «rimane ancora da scoprire il 95% dei microorganismi», precisa Eric Karsenti.
«I nostri metodi in bio-informatica ci hanno permesso di constatare che, a livello di batteri, c’erano tra di loro, da una stazione all’altra, attività metaboliche molto differenti», aggiunge Eric Karsenti. È stato a questo livello che si è reso indispensabile l’obiettivo di una modellizzazione degli ecosistemi, possibile grazie alle numerose stazioni. «La costituzione di tali modelli è essenziale. Può consentire di anticipare l’evoluzione dell’oceano, l’organizzazione negli ecosistemi e la loro ripartizione geografica. Sono molto utili per l’aumentata acidificazione e il riscaldamento globale», stima il biologo specialista di protisti Colomban de Vargas (CNRS).

Glider - V.Hilaire/Tara Expéditions

Mentre gli ecosistemi subiscono pressioni di tutti i tipi, Tara Oceans ha permesso di misurare meglio la risposta della vita marina ai cambiamenti climatici. «La distribuzione dei microorganismi è in parte determinata dall’ambiente, la latitudine e le correnti», ricorda Eric Karsenti. «Tali modelli devono poter aiutare a predire l’evoluzione della vita marina in funzione delle variazioni climatiche». D’altro canto, con l’aiuto di alianti muniti di rivelatori e di boe derivanti, sono stati condotti degli esperimenti, in particolare nelle acque del Pacifico ricche di azoto e polvere di plancton, per delineare meglio come il plancton e il corallo si siano evoluti in funzione dell’ambiente.
«Abbiamo constatato che il plancton era colonizzato da un numero gigantesco di virus, e che si era adattato al riscaldamento, continuando a fabbricare la metà dell’ossigeno, a captare la metà di CO2, e quindi a ridurre l’effetto serra», aggiunge Eric Karsenti. «Alla fine, abbiamo un’idea più precisa della sua biodiversità, della sua complessità.
Dal 60 all’80% dei geni e bacilli analizzati fino ad ora grazie a Tara Oceans, era ancora sconosciuto.
Questi sono dati di capitale importanza, poiché qualunque variazione nella composizione del plancton può avere un impatto sull’equilibrio gassoso del pianeta».


UN BUONO STATO DI SALUTE GENERALE DELLA SCOGLIERA CORALLINA ESPLORATE

Tara Oceans si era fissata come obiettivo anche quello di “misurare la pressione” degli ecosistemi corallini. Una sfida enorme per la spedizione. Sono stati studiati non meno di 102 siti, tra i quali Djibouti, Saint-Brandon, Mayotte e le isole Gambier, che hanno rivelato un buono stato di salute generale dei coralli analizzati. Nonostante la loro notoria resistenza agli stress termici e agli aumenti di temperatura, l’acidificazione degli oceani o l’invasione qua e là di stelle marine sono fattori preoccupanti. Le analisi in corso diranno se i coralli possono sopportare eventuali nuovi rialzi di temperatura.

F.Benzoni/Tara Oceans

Tara Oceans avrà consentito altre scoperte stupefacenti, dalle quali emerge un dato negativo: durante il passaggio in Antartide, lo scorso gennaio 2011, la goletta ha rilevato un’ incredibile presenza di plastica in questa parte recondita del globo. I campioni raccolti contenevano tra 956 e 42 826 pezzi di plastica per chilometro percorso. Risultati carichi di conseguenze. Sono in corso varie analisi per valutare i rischi di tale inquinamento per la salute umana, gli animali, gli uccelli e i mammiferi marini.
«Tara Oceans è stata, sotto tutti i punti di vista, una spedizione rivoluzionaria. L’analisi dei prelievi richiede un lavoro immenso almeno per i prossimi vent’anni», sottolinea il coordinatore scientifico Gaby Gorsky. La spedizione continua ora in laboratorio.

ALCUNE IMPORTANTI SCOPERTE

Micro-organismi
In arrivo una nuova banca mondiale di dati raccolti a bordo per delineare meglio la regolazione globale del clima terrestre.

Genomi
Scoperta una diversità inedita di contenuti in geni planctonici, soprattutto a livello di fitoplancton.

Fecondazione degli oceani
Un campionario spettacolare su vasta scala. Le analisi sono in corso tramite imaging e genomica.

Missione corallo
La messa in risalto di una grande dinamica di popolazioni coralline e la scoperta di dieci nuove specie, in particolare nelle isole Gambier.

F.Benzoni/Tara Oceans

11.8.09

La spedizione Tara Oceans su Rai TGR Leonardo



In autunno partirà il veliero Tara, che ripercorrerà gli itinerari della nave Beagle sulla quale viaggiò Darwin. Alla spedizione partecipa, unica in Italia, l'Università di Milano-Bicocca con la ricercatrice Francesca Benzoni, esperta di coralli. Autore, Lucia Capuzzi.

2.8.09

La spedizione Tara Arctic



F.Bernard/Tara Expéditions

Damoclès rivela i suoi segreti

Nel 2008, al ritorno di Tara a Lorient, dopo 507 giorni di deriva artica, Jean-Claude Gascard, pilastro del programma Damoclès, assicurava che la goletta, una «specie di navetta spaziale nell’orbita polare», portava ai 48 laboratori coinvolti nella missione «un tesoro di guerra». Da allora, ovvero da quando si effettuano misurazioni, i rilievi non lasciano adito a dubbi: la perdita di superficie ghiacciata nell’Artico è pari a un’estensione comprendente i territori riuniti di Francia, Germania e Spagna. Jean-Claude Gascard ci spiega il perché.

Il 4° Anno Polare Internazionale (2007-2008) è stato un’occasione unica per scoprire l’oceano Artico grazie all’ausilio delle tecnologie moderne, di importanti infrastrutture e dei potenti mezzi della logistica. In questo periodo hanno avuto luogo eventi estremi, di portata eccezionale, quali il ritiro senza precedenti e imprevisto dei ghiacci marini nel settembre 2007 o la profonda trasformazione del modo in cui varia l’atmosfera artica, anche detto «oscillazione artica » (AO).

Dopo una fase positiva tra 2007 e 2008, l’oscillazione artica è diventata molto negativa nel 2010. Per poter comprendere le cause più probabili di tali cambiamenti che interessano l’atmosfera, la banchisa e l’oceano Artico, è necessario identificare la catena di avvenimenti che collega questi tre elementi fondanti del clima artico e le interazioni e controreazioni positive o negative che hanno potuto condurre a una situazione simile. L’oscillazione artica (AO) si esprime in valori positivi e negativi. I valori positivi corrispondono a una tendenza ciclonica che si traduce in pressioni atmosferiche più deboli a livello del mare, in temperature dell’aria più elevate in superficie e in condizioni più deboli per la formazione dei ghiacci. Al contrario, un indice AO negativo corrisponde a una tendenza anticiclonica, a elevate pressioni atmosferiche a livello del mare, a basse temperature della superficie e a condizioni intensificate di formazione dei ghiacci (estensione e spessore dei ghiacci maggiore). In conseguenza del forte abbassamento dell’indice AO nel 2010, si sono registrate temperature eccessivamente basse, oltre 10 °C al di sotto delle normali temperature stagionali in Europa, Russia e America del Nord.

I primi cambiamenti osservati nell’Artico non riguardano tanto la distesa quanto lo spessore del ghiaccio marino. Si tratta di osservazioni che risalgono agli inizi degli anni 1990. Rispetto allo spessore medio di oltre 3 metri rilevato negli anni 1970, a metà degli anni ’90 lo spessore medio della banchisa artica era inferiore ai 2 metri. Sono stati i sottomarini nucleari americani che navigavano sotto la banchisa a dare l’allerta. Il fenomeno dell’assottigliamento della banchisa artica è proseguito nel periodo più recente, e oggi si stima che lo spessore medio della banchisa artica sia dimezzato negli ultimi 30 anni. In effetti, è il ghiaccio più antico (denominato ghiaccio multiannuale) con uno spessore superiore a 3 metri ad essere scomparso poco a poco lasciando posto a quello più giovane, il cui spessore è inferiore ai 2 metri.


F.Latreille/Tara Expéditions


Uno scarto crescente tra lo sciogliersi e il riformarsi dei ghiacci
Paradossalmente, è stata la diminuzione della distesa di ghiaccio marino ad attirare l’attenzione degli osservatori nell’Artico durante il primo decennio del XXI secolo. Nel corso dell’estate del 2007, abbiamo assistito a un arretramento spettacolare dei ghiacci marini e, nel settembre del 2007, la distesa della banchisa artica non superava i 4 milioni di chilometri quadrati, ovvero era due volte meno estesa di trent’anni prima. Se si combina l’assottigliamento del 50% dello spessore del ghiaccio al dimezzamento della distesa della banchisa, si ottiene una perdita di massa o volume pari al 75%. Sono cifre considerevoli. C’è chi sostiene che la perdita di massa o volume della banchisa alla fine dell’estate si aggiri attualmente attorno al 60%. Grazie al programma scientifico europeo Damoclès, abbiamo potuto studiare lo scioglimento progressivo della banchisa in primavera e il riformarsi del ghiaccio in autunno e abbiamo constatato un avanzamento dello scioglimento dell’ordine di 1-2 giorni nel corso degli ultimi dieci anni e un ritardo equivalente in autunno. Il crescente scarto tra lo sciogliersi e il riformarsi dei ghiacci (che attualmente è pari a un mese in rapporto alle osservazioni fatte una decina di anni fa circa) è una misura molto importante del progressivo aumento del periodo di scioglimento della banchisa – il che spiega anche i valori minimi, e sempre più pronunciati, del ghiaccio, osservati a settembre di ogni anno.

Un altro risultato del tutto spettacolare osservato riguarda la velocità dello spostamento del ghiaccio marino, quasi duplicata nell’ultimo secolo. La goletta Tara è stata trascinata dalla deriva transpolare in 507 giorni, da settembre 2006 a gennaio 2008, dal mare di Laptev allo stretto di Fram, mentre al vascello norvegese Fram a bordo del quale navigava il leggendario esploratore Fridtjof Nansen ci vollero più di mille giorni (3 anni) per percorrere la stessa deriva più di un secolo fa. La stazione russa NP35 ha percorso in 10 mesi, da ottobre 2007 a luglio 2008, la stessa distanza che il Fram ha percorso in 2 anni tra il 1894 e il 1896. Nei 507 giorni di deriva transpolare, Tara è rimasta prigioniera dei ghiacci, al confine tra quelli più antichi situati davanti alla deriva e quelli più giovani situati sulla scia del vascello.

La quiete nell’oceano Artico: fino a quando?
Il ghiaccio marino riflette più dell’80% della radiazione solare incidente. Dal momento in cui è ricoperta di neve, tale percentuale denominata albedo [il rapporto dell’energia solare riflessa da una superficie sull’energia solare incidente] può raggiungere il 90%. Al contrario, l’oceano libero dal ghiaccio assorbe l’80% circa della radiazione solare incidente e la trasforma in calore. È questo enorme contrasto tra l’«albedo» del ghiaccio e quello dell’acqua marina che essenzialmente spiega l’origine dell’amplificazione del riscaldamento climatico al Polo. Abbiamo poi esaminato minuziosamente il comportamento dell’oceano superficiale in un contesto in cui i ghiacci marini e l’atmosfera artica subiscono al contempo delle trasformazioni profonde. Le conclusioni principali sono sorprendenti. Senza rimettere in questione il fenomeno del feedback positivo legato all’«albedo» molto fragile dell’oceano in rapporto all’«albedo» del ghiaccio, sembra che gli strati sub-superficiali dell’oceano, così come le strutture principali che caratterizzano la stratificazione verticale dell’oceano Artico, siano considerevolmente stabili.
Abbiamo anche notato una possibile influenza delle acque relativamente calde e poco salate dell’oceano Pacifico, che qui arrivano attraverso lo stretto di Bering, sullo scioglimento accelerato e pronunciato dei ghiacci marini nel bacino canadese e nel mare di Chukchi. Al contrario, le masse d’acqua, relativamente calde e più salate, provenienti dall’oceano Atlantico, che circolano più in profondità rispetto alle acque provenienti dal Pacifico, sembrano avere un impatto molto ridotto sull’origine dei ghiacci marini. Grazie alla missione Tara Arctic, nel quadro del progetto Damoclès, abbiamo identificato uno strato localizzato nel termoclino a circa 100 metri sopra il cuore della massa d’acqua atlantica che si trova a circa 300 metri di profondità nel bacino euroasiatico e a 400 metri di profondità nel bacino canadese, e dove si sviluppa un processo di doppia diffusione di natura convettiva. Ne risulta una struttura molto particolare caratterizzata da strati orizzontali di qualche metro di spessore, chiaro segno della considerevole tranquillità dell’oceano Atlantico che non si comporta come un oceano turbolento esposto a tutti i venti. Ma per quanto tempo ancora sarà così? La spedizione Tara Damoclès nell’Artico è stata prodiga di insegnamenti, come attesta l’elenco di pubblicazioni di altissimo livello presente nelle importanti riviste scientifiche internazionali. Più di 12 articoli pubblicati sul progetto Damoclès si relazionano direttamente alla spedizione Tara Arctic e 6 sono stati diffusi di recente durante alcune giornate internazionali. Un’altra ventina di pubblicazioni scientifiche Tara Damoclès sono attese da qui al 2012.

Jean-Claude Gascard, coordinatore del programma scientifico europeo Damoclès - Marzo 2012

1.8.09

La storia della goletta Tara

J.Girardot/Tara Expéditions


1989
Costruzione dell’imbarcazione nel cantiere SFCN su progetto di Luc Bouvet e Olivier Petit per l’esploratore Jean Louis Etienne che le dà il nome di Antarctica.

1990-1996
A bordo di Antarctica, Jean Louis Etienne guida alcune spedizioni in Antartide, Patagonia e Spitsbergen.

1999
Antarctica viene ribattezzata Seamaster con Sir Peter Blake, una leggenda nel mondo della vela. Inizia una serie di spedizioni sotto l’auspicio del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente.

2001
Sir Peter Blake viene tragicamente assassinato da un gruppo di pirati durante una spedizione a bordo di Seamaster mentre scendeva il Rio delle Amazzoni in Brasile.

Ottobre 2003
Acquisizione di Seamaster da parte di Etienne Bourgois e Agnès Troublé che la ribattezzano Tara in aprile 2004.

2004
Inizio delle missioni ambientaliste del progetto Tara Expéditions con la goletta di esplorazione per comprendere meglio l’impatto del surriscaldamento climatico sugli ecosistemi. L’equipaggio di Tara Expéditions contribuisce in modo concreto a rafforzare la consapevolezza ambientale del grande pubblico.

2004-2006
Tara realizza 6 spedizioni in Groenlandia, Antartide, Patagonia e Georgia del Sud.

Settembre 2006 – Febbraio 2008
Spedizione Tara Arctic: Deriva di 507 giorni e 2.600 km nella banchisa artica durante l’Anno Polare Internazionale.
Missione: Studio quotidiano di aria, atmosfera e banchisa per comprenderne il ruolo nei cambiamenti climatici in corso.

Novembre 2008 – Gennaio 2009
Tara è ormeggiata a Parigi per la presentazione dell’esposizione Tara, viaggio nel cuore della macchina climatica.

Settembre 2009 – Marzo 2012
Spedizione Tara Oceans: una spedizione scientifica di due anni e mezzo sugli oceani per studiare gli ecosistemi planctonici e la loro sensibilità ai cambiamenti climatici.
32 paesi attraversati e 50 scali effettuati.


Tara Arctic - F.Latreille/Tara Expeditions