30.5.13

PRIMA TAPPA PER TARA

Una decina di giorni dopo la partenza da Lorient, Tara ha raggiunto la sua prima tappa giovedì mattina: le Isole Faroe*. Un breve interludio tra fiordi, uccelli marini e greggi di pecore prima di riprendere il largo verso altre stazioni di campionamento, ancora più a nord.

L.Bittner/Tara Expéditions
Dopo la prima lunga stazione dello scorso fine settimana, la situazione è un po’ precipitata. Una forte depressione è avanzata verso di noi, l'equipaggio è dovuto andar via senza indugio. Poche ore dopo la fine della stazione, i venti cominciavano a gonfiarsi. Per 48 ore, tra le onde che formano creste da quattro a cinque metri di altezza e raffiche di vento a 45 nodi, non era il caso di mettersi a fare ricerche scientifiche sul ponte. Tuttavia, non tutto il male viene per nuocere: Tara ha gonfiato le vele. Molto rapidamente, la goletta è stata in grado di lasciare la zona di depressione e, soprattutto, guadagnare un giorno di anticipo sul programma! Alla fine, vediamo apparire all'orizzonte le Isole Faroe un giorno prima. Il che significa passare un po' di tempo a Torshavn, la capitale di questo piccolo arcipelago perduto tra l'Irlanda e l'Islanda.

E così, dalle sei di stamani, l'equipaggio si è precipitato sul ponte per ammirare le alte falesie dell’arcipelago. Già ieri sera, il profilo delle isole spiccava dolorosamente all'orizzonte. Mentre il bel tempo ci aveva inondato di sole durante tutta la giornata, una coltre di nebbia era scesa su di noi, in pochi minuti, quasi a voler annunciare l’avvicinamento a queste terre aspre. Anche se le nebbie si sono dissipate all'alba, le nere falesie, l'assenza di alberi, la bassa vegetazione che copre tutto il loro manto marrone, tutto qui dà l'immagine di una terra cruda, dura. Alcune note di Vivaldi che uscivano dagli altoparlanti della timoneria rafforzavano questa impressione. Avvicinandoci alla piccola capitale, le falesie si fanno meno scoscese e le case dipinte di rosso, giallo o verde rinviano un’immagine più dolce di questo territorio in cui possiamo addentrarci per quasi due giorni.

Questa parentesi faroese è davvero breve, nonostante l'anticipo sul programma. Appena il tempo di prendere un assaggio della cultura faroese, fare passeggiate tra gli uccelli marini, dire addio a Lucy Bitner, lasciando il suo posto qui per Agnes Rougier, giornalista di RFI, e sarà già ora di partire. Domani sera salperemo di nuovo per riprendere la missione scientifica della spedizione, con due stazioni lunghe già pianificate prima della nostra prossima tappa, Tromsø, nella Norvegia settentrionale. Durante queste due settimane in mare, Tara oltrepasserà un traguardo simbolico per questa spedizione: il Circolo Polare Artico.

Yann Chavance


* Le Isole Faroe (o Fær Øer) sono un arcipelago situato tra il Mar di Norvegia e l'Oceano Atlantico, a metà strada tra la Scozia e l'Islanda. Esse formano un paese facente parte del Regno di Danimarca, insieme a Danimarca e Groenlandia, che copre 1.400 km2 e una popolazione di quasi 50.000 abitanti nel 2010.

GLI STRUMENTI DI TARA : la rosetta


Per gli scienziati, Tara Oceans Polar Circle rappresenta soprattutto un'occasione per completare il lavoro realizzato tra il 2009 e il 2012 durante la spedizione Tara Oceans. Per raccogliere il plancton e studiare l’ambiente in cui vive, Tara intraprende questa nuova spedizione con un ricco armamentario di strumenti. Inauguriamo questa nuova serie dedicata ai vari sensori e dispositivi di imaging e di campionamento presenti a bordo con la rosetta, uno dei fiori all’occhiello di Tara.

J.Girardot/Tara Expéditions

La rosetta di Tara è una gabbia in alluminio di 250 chili contenente dieci bottiglie di campionamento e una serie di sensori. Un assemblaggio che è stato appositamente progettato per soddisfare alcuni vincoli richiesti dal team di Tara. Vincoli tecnici, tra cui le dimensioni per consentire una messa in acqua in tutta sicurezza, ma anche vincoli scientifici, per soddisfare al meglio le esigenze del programma di ricerca. Dopo un primo utilizzo nell'autunno del 2009, poco dopo il lancio di Tara Oceans, la rosetta aveva già superato le 600 immersioni all'inizio di questa nuova spedizione nell'Artico.

Ma, concretamente, qual è il ruolo di questo curioso assemblaggio? La rosetta di Tara è principalmente uno strumento di campionamento, comprendente dieci bottiglie la cui chiusura è controllata a una data profondità. Immersa sott’acqua, fissata all’estremità di un cavo d'acciaio, la rosetta può così prelevare campioni d’acqua di mare ricca di migliaia di micro-organismi, a dieci diverse profondità nel corso di una singola immersione. Per recuperare grandi quantità di acqua, gli scienziati possono anche decidere di chiudere le dieci bottiglie alla stessa profondità, raccogliendo in una sola volta circa 96 litri di acqua di mare. Una volta risalita e depositata sul ponte posteriore, la rosetta è pronta per rilasciare i suoi preziosi campioni: il contenuto di ogni bottiglia viene conservato così com'è, oppure viene pompato attraverso un filtro che raccoglierà i microrganismi. Questa "pesca" di plancton potrà quindi essere studiata a terra.

Ma la rosetta di Tara non si limita al solo ruolo di campionamento. Studiare nuovi organismi non ha senso se non si tenta di collegare ogni specie al suo ambiente. I batteri prelevati vivono in ambienti ricchi di ossigeno? E questo piccolo crostaceo raccolto preferisce le zone più fredde? Per rispondere a queste domande e realizzare una vera e propria "carta d'identità" della massa d'acqua campionata, la rosetta è dotata di numerosi sensori che continuamente durante l'immersione rilevano parametri ottici, fisici e chimici diversi quali la salinità, la temperatura, il tasso di ossigeno o la fluorescenza. Infine, un sensore di immagini consente di visualizzare direttamente le particelle e gli organismi durante l’immersione, di quantificarne la presenza, o anche solo di identificarli. Questa è l'originalità della rosetta: la compresenza, in un unico strumento di ricerca, di strumenti adibiti alla raccolta di campioni e alla misurazione dei parametri ambientali e di imaging, in grado di arrivare fino a mille metri di profondità. Se la rosetta di Tara è da considerarsi uno strumento perfetto per lo studio del plancton, a bordo sono presenti molti altri strumenti che vanno a integrare l’analisi della ricchezza di dati che ogni immersione rivela.

Yann Chavance



Ingegnere presso il Laboratorio di Oceanologia di Villefranche-sur-Mer (CNRS / UPMC), Marc Picheral ha coordinato l'installazione della rosetta a bordo e ne segue il funzionamento.

28.5.13

Le tappe della spedizione Tara Oceans Polar Circle



- Tromsö (Norvegia), 13-21 giugno
- Murmansk (Russia) 24-29 giugno
- Dudinka (Russia) 26 luglio-1 agosto
- Franz Joseph (Russia) 07-09 agosto
- Pevek (Russia) 30 agosto - 03 settembre
- Tuktoyaktuk (Canada) 18-21 settembre
- Resolute (Canada), 01-05 ottobre
- Ilulissat (Canada), 15-20 ottobre
- Québec (Canada) 10-16 novembre
- Saint-Pierre e Miquelon 20-24 novembre
- Ritorno a Lorient 6 dicembre

16.5.13

QUALE MATERIALE SCIENTIFICO SARÀ PRESENTE A BORDO PER LA PROSSIMA SPEDIZIONE?


Rosette CTD. V.Hilaire/Tara Expeditions



Quale materiale scientifico sarà presente a bordo per la prossima spedizione?
Incontro con Marc Picheral e Celine Dimier, ingegneri scientifici.

Ingegnere al Laboratorio di Oceanologia di Villefranche-sur-Mer, Marc Picheral coordina l'installazione di una parte del materiale scientifico a bordo di Tara, in particolare tutto ciò che riguarda il "Dry Lab" (laboratorio secco). Ingegnere presso la stazione biologica di Roscoff, Céline Dimier, gestisce il cosiddetto “Web Lab” (laboratorio umido). Abbiamo rivolto loro alcune domande sul materiale presente a bordo per la spedizione "Tara Oceans Polar Circle".



Il materiale sarà presto a bordo di Tara. Oltre a quello che era già presente durante la spedizione Tara Oceans, cosa ci sarà in più?

Marc Picheral: In primo luogo, per quanto riguarda gli strumenti che saranno sul ponte, abbiamo apportato delle modifiche alla Rosetta – un dispositivo che va sott’acqua per prelevare campioni ed eseguire alcune misurazioni oceanografiche. Abbiamo aggiunto un sensore che ci permette di misurare la luce presente sott'acqua, un fattore importante per la fotosintesi. Abbiamo anche aggiunto un sensore (AQUAscat) che ci consente di calcolare, in un volume leggermente più importante dei sistemi ottici, i piccoli oggetti sospesi in acqua come il plancton o alcune particelle.

Céline Dimier: Nel mio caso, vale a dire nel Wet Lab situato all'esterno, il materiale è essenzialmente lo stesso e consiste principalmente di pompe di dimensioni e tipi diversi (pompa ad aria, ad acqua, peristaltica, ecc.) e di unità di filtraggio di tutti i tipi (25 mm, 47 mm, 142 mm, treppiedi, rampa di filtraggio, ecc.). Con Steffi Kandels-Lewis (ingegnere addetto alla logistica) dobbiamo anche calcolare, sulla base del piano di campionamento, la quantità di tubi, flaconi, filtri, scatole, ecc. necessaria per i 6 mesi di missione. E poi dobbiamo calcolare il volume richiesto per memorizzare questi campioni in funzione della loro temperatura di conservazione: RT (temperatura ambiente), 4°C (frigorifero), -20°C (freezer), -196°C (azoto liquido). Tutte le apparecchiature servono a raccogliere campioni di batteri, virus, protisti, sia per l'analisi genomica sia per quella microscopica.

Verranno aggiunti altri strumenti a questa lista?

Marc Picheral: Utilizzeremo uno strumento che ci consentirà di registrare il plancton nel tratto di mare da Murmansk a St. Pierre e Miquelon. Si tratta di uno strumento utilizzato da decenni, soprattutto nel Nord Atlantico, e che viene trainato da navi commerciali che prelevano plancton su rotoli di seta, in modo continuo. Si tratta davvero di una novità per Tara.

Inoltre, abbiamo un sensore ottico che ci consente di fare un’analisi dettagliata dell’illuminazione solare e che sarà sostituito dal COPS (Compact-Optical Profiling System),  un sensore in qualche modo simile ma che può scendere fino a 100-150 metri sott’acqua. Questo ci permetterà di analizzare in dettaglio l'illuminazione verso il basso e viceversa.

Avete apportato dei cambiamenti anche al Dry Lab all'interno della barca?

Marc Picheral: Sì, aggiungeremo alcuni sensori di luce funzionanti 24 ore su 24, che saranno collegati ai dispositivi del Dry Lab e alla stiva a prua.

Ci saranno due sensori CDOM (Colored Dissolved Organic Material) sempre attivi, di cui uno che permette di dosare con più precisione il CDOM prelevato dalle bottigliette della Rosetta e di prelevare campioni in profondità.

Avremo nuovi sensori che saranno collocati nella stiva a prua, ma controllati dal Dry Lab. L’ALFA (Aquatic Laser Fluorescence Analyser), un sensore ottico, e il FlowCytoBot, un sensore di imaging che consente di identificare i microrganismi. E anche un altro tipo di sensore, il SeaFet, un sensore di pH molto utile in quanto sappiamo che il pH varia con il cambiamento climatico.

Cosa contate di fare per proteggere l'attrezzatura dal freddo?

Céline Dimier: Dobbiamo adattare la barca alle condizioni polari. Ciò comporta dotare il laboratorio di un sistema di riscaldamento, mettere al riparo le tubazioni per evitare il congelamento dell'acqua. Si deve inoltre verificare che i contenitori siano resistenti al freddo (non sempre è possibile e dipende dalla plastica utilizzata). Il dispositivo ad acqua ultra pura sarà dotato di una cartuccia che opera anche con acqua molto fredda (5°C). Dobbiamo inoltre garantire che i prodotti chimici utilizzati siano in grado di sopportare temperature molto basse e che non si verifichino casi di polimerizzazione.

Marc Picheral: Alcuni sensori resistono molto bene al freddo, altri non tollerano il congelamento. E così li riscaldiamo: mettiamo dei teloni, delle termocoperte, dei sistemi ad acqua calda per riscaldare i sensori quando sono fuori dall'acqua.

A ogni modo, il problema non è tanto il freddo, ma la condensazione. Si può avere dell'acqua in superficie nella regione artica a -2°C e passare subito ad ambienti con 20°C e in quel caso si ha condensazione e con gli strumenti ottici è un problema perché non si riesce più a vedere nulla. Li disporremmo a prua anziché tenerli dentro. Questo è il problema maggiore.

Intervista a cura di Anne Recoules


3.5.13

IL TOUR DELL’ARTICO È PARTITO!

Più di un anno dopo la fine di Tara Oceans, la spedizione precedente, Tara ha finalmente preso di nuovo il largo. Domenica 19 maggio, nel pomeriggio, la goletta ha salpato le ancore da Lorient per iniziare una spedizione intorno all'Artico di quasi sette mesi. È il calcio d'inizio di Tara Oceans Polar Circle.

Tutti i marinai e gli scienziati a bordo hanno atteso questo momento per settimane, persino mesi. Alle 15, davanti a una folla di curiosi e amici provenienti da tutta la Francia, Tara ha lasciato il porto di Lorient. La barca ritornerà al porto d’origine a dicembre. Nel frattempo, Tara e il suo equipaggio avranno percorso 25 mila chilometri intorno al Polo Nord, costeggiando prima le coste russe e poi quelle americane.

Ma Tara non ha iniziato il suo viaggio da sola. Intorno alla goletta, decine di barche, dai più piccoli gommoni Zodiac ai più grandi velieri, scortano simbolicamente Tara in questa nuova avventura scientifica. Sul ponte, una ventina di persone ci accompagnano: sono i giornalisti, il team di Tara a terra, il prossimo equipaggio e altri amici. Man mano che prendiamo il largo, le barche si fanno meno numerose.

Arrivati ​​all’isola di Groix, al largo di Lorient, Tara è pronta per la cerimonia tradizionale del battesimo amministrato dal prete dell'isola. E si riparte di nuovo per la seconda volta: i nostri accompagnatori si stringono l’uno all’altro sui gommoni, fino a che rimaniamo in quattordici a bordo. Quattordici persone che condivideranno due settimane di vita in mare prima dell’arrivo alle Isole Fær Øer, la nostra prima tappa.

12.4.13

APPELLO DI PARIGI PER L’ALTO MARE

lahautemer.org/en/

Oltre l'orizzonte, là dove nessun stato è più sovrano, si estende l’Alto Mare. Questa grande area, che ricopre la metà del pianeta, ci è meno nota della superficie della Luna. Tuttavia, non potremmo vivere senza. Essa ci nutre, ci dà la metà dell’ossigeno di cui abbiamo bisogno, mantiene in equilibrio il nostro clima, trattiene la maggior parte delle emissioni di gas serra, permette quasi tutti gli scambi di merci. Ha ispirato poeti e fatto sognare i nostri figli. Se appartenesse a una nazione sarebbe apprezzata come un tesoro, ma l’Alto Mare non appartiene a nessuno, deve essere gestito nell'interesse pubblico come un «bene comune dell’umanità»: uno statuto parzialmente acquisito nel 1982 a Montego Bay, in Giamaica, dove vennero definiti un ambito, delle regole e un'autorità per lo sfruttamento del suolo e del sottosuolo marino, ma non della colonna d'acqua. Con la Convenzione sul diritto del mare, le Nazioni Unite hanno compiuto un passo importante, necessario, per una governance pacifica del mare. Trent’anni dopo, però, abbiamo capito che il passo che è stato fatto è stato insufficiente, tant’è che non è ancora stata raggiunta una protezione efficace per preservare un gioiello di cui ne scopriamo la ricchezza giorno dopo giorno.




Oggi, l’Alto Mare è in parte diventato un luogo d’illegalità, le cui risorse vengono saccheggiate nelle sue profondità più intime, vittima dell'inquinamento diffuso nei mari più lontani e preda di traffici. L’immensità marina deperisce, la vita vi avvizzisce, l’emergenza è alle porte ancor prima che si debba pagare il prezzo dell'indifferenza. Eppure vi è speranza: tutta la società civile si mobilita e, con essa, le nazioni. Esistono soluzioni. Si è deciso che per il 2013, entro e non oltre l'autunno del 2014, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ai sensi della Convenzione sul diritto del mare, avvierà dei negoziati per ottenere l'adesione di uno strumento internazionale per la protezione della biodiversità in Alto Mare. Tuttavia, permane una certa riluttanza che pone dei freni all’azione.
Consapevoli che solo un governo internazionale condiviso, trasparente e democratico consentirà la salvaguardia e la gestione sostenibile del patrimonio di questo bene comune unico, Noi, i firmatari dell'Appello di Parigi per l'Alto Mare dichiariamo quanto segue:

- Ci impegniamo a mobilitare tutte le forze della società civile per fare pressione sui nostri governi, i partner economici e le organizzazioni interessate affinché raggiungano un accordo ambizioso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 2014;
- Chiediamo che all'Assemblea Generale sia conferito un mandato chiaro affinché le trattative tengano conto al contempo dei seguenti punti: la conservazione degli ecosistemi in Alto Mare, l’accesso e la condivisione dei benefici legati allo sfruttamento delle risorse genetiche marine, le aree marine protette, le valutazioni relative all’impatto sull'ambiente, il supporto alla ricerca e il trasferimento di tecnologie marine;
- Proponiamo che l'Autorità internazionale dei fondi marini venga coinvolta nella gestione delle risorse in Alto Mare, in particolare delle risorse genetiche marine, conferendole i mezzi necessari per esercitare le sue missioni in modo operativo;
- Ricordiamo il rispetto degli obiettivi – da attuare prima del 2020 – riguardanti il 10% degli oceani da considerarsi come aree protette marine in base agli accordi presi a Nagoya nel 2010, nell'ambito della Convenzione sulla diversità biologica;
- Ci auguriamo che la società civile appoggi pienamente i processi internazionali che regolano l'utilizzo e la governance dell’Alto Mare.


Nell’ambito di tali risoluzioni, noi affermiamo che l'Alto Mare non è una questione che riguarda solo specialisti e professionisti, ma è fondamentale per la sopravvivenza di tutta l'umanità e riguarda tutti noi. Con profondo senso di gravità, fiducia e determinazione, noi crediamo che sia il luogo evidente per una co-costruzione pacifica ed esemplare degli Stati, i quali devono proporre alle generazioni future un’«economia blu» innovativa, basata sul rispetto degli ecosistemi e dei diritti umani. Rifondare il rapporto tra gli uomini e l’Alto Mare è un contributo essenziale allo sviluppo umano, così come alla resilienza del pianeta e del suo clima. Si tratta di un obiettivo urgente e scottante a cui ambiamo.

Dall’oceano viene la vita; è un oceano che pulsa di vita quello che noi desideriamo lasciare in eredità ai nostri figli.

Firma anche tu : lahautemer.org/en/

28.1.13

TARA OCEANS POLAR CIRCLE 2013



F.Latreille/Tara Expéditions

DA MAGGIO 2013, TARA INTRAPRENDERA LA CIRCUMNAVIGAZIONE DELL’OCEANO ARTICO: 25 000 KM IN SEI MESI, ATTRAVERSO I PASSAGGI A NORD-EST E A NORD-OVEST. UNA SPEDIZIONE FRANCESE A SCOPO SCIENTIFICO E PEDAGOGICO IN COLLABORAZIONE CON I PAESI RIVIERASCHI DELL’ARTICO.


L’APPROCCIO SCIENTIFICO Il gruppo di scienziati e istituti già partecipe della precedente spedizione Tara Oceans 2009-2012 porterà avanti il progetto al fianco di laboratori canadesi e russi specialisti dell’Artico. Nell’ultima spedizione Tara Oceans, l’oceano Artico è stato l’unico oceano rimasto fuori dal progetto di raccolta del plancton realizzato in tutti gli oceani del pianeta Terra. L’interesse è quindi molto forte e tutto rivolto al possibile confronto tra la biodiversità artica e quella presente in altre aree oceaniche, tenuto anche conto delle profonde trasformazioni in atto nella regione artica. In effetti, durante l’estate del 2012, si è registrato uno scioglimento della banchisa artica estivale come non avveniva da qualche migliaio di anni. Le ricerche di Tara Oceans Polar Circle 2013 saranno condotte sul limitare della banchisa, dove l’attività planctonica è più intensa. A supporto dell’approccio biologico globale, verranno affrontate altre questioni specifiche dell’Artico dal punto di vista oceanografico e chimico. L’obiettivo sarà quello di comprendere la vulnerabilità della biodiversità polare rispetto alle attività umane, l’impatto dello sciogliersi della banchisa sull’ecosistema polare marino e il tipo di inquinamento presente in queste remote regioni del pianeta. L’équipe di scienziati formatasi nel 2009 potrà avvalersi dell’esperienza e delle competenze acquisite insieme in questi anni. L’approccio eco-sistemico globale e la disponibilità di materiali e attrezzature preesistenti, assieme all’esperienza e al sapere accumulati da Tara Expéditions in materia di logistica scientifica polare, sono altrettanti fattori chiave per la riuscita della spedizione.

IL CONTESTO La nostra missione si inserisce nel quadro degli sforzi internazionali comuni e apporterà il proprio contributo agli studi sull’ecosistema artico prima del probabile cambiamento del regime climatico, fornendo dati di riferimento sullo stato ecologico delle acque delle regioni circumartiche. Inoltre approfitteremo della nostra presenza sul posto per interpellare gli attori politici e il mondo economico, e per sensibilizzare la società sulle sfide ecologiche più urgenti nell’Artico così come sulle problematiche affrontate dalle popolazioni che abitano il circolo polare artico. Per alcuni l’apertura delle rotte marittime, lo sviluppo della navigazione, e le nuove opportunità di pesca rappresentano nuove fonti di ricchezza economica, mentre per altri tale sviluppo comporta un rischio ecologico. Lo sviluppo sostenibile nell’Artico è in discussione.



L’EQUIPAGGIO
Etienne Bourgois, presidente di Tara Expéditions
Romain Troublé, segretario generale di Tara Expéditions
Loic Vallette, capitano di Tara e l’equipaggio
Direzione scientifica:
Chris Bowler, Portavoce (ENS/CNRS)
Eric Karsenti, (EMBL/CNRS)
Gaby Gorsky, (CNRS)
Marcel Babin, (Università LAVAL, CNRS)
Colomban de Vargas, (CNRS/UPMC)
Emmanuel Boss, (University of Maine)
Jean-Claude Gascard, (CNRS)
Coordinatori scientifici di Tara Oceans:
Stefanie Kandels-Lewis, Logistica (EMBL)

IL MATERIALE SCIENTIFICO A BORDO
- Reti per plancton.
- Una rete apposita per la raccolta della plastica in superficie.
- Una rosetta CTD per misurare pressione, temperatura,
conducibilità, azoto, ossigeno, fluorescenza e proprietà ottiche dell’acqua.
- Un dispositivo FlowCAM per il calcolo e la caratterizzazione del plancton.
- Un Flow Cytobot per il calcolo e la caratterizzazione del plancton.
- Un UVP (Underwater Vision Profiler) per la caratterizzazione di zooplancton e particelle grandi, e la loro distribuzione verticale.
- Uno spettrofotometro AC- s per misurare i pigmenti e la distribuzione in continuo delle particelle sulla superficie dell’oceano (in rapporto al colore dell’oceano visto dal satellite).
- Un retrodiffusore in grado di caratterizzare la retrodiffusione delle materie in superficie (in rapporto al colore dell’oceano visto dal satellite).
- Un citometro a flusso (CFM) in grado di determinare i gruppi di organismi di piccola taglia
in base alla taglia e alla fluorescenza.
- Uno spettrofluorimetro ALFA in grado di effettuare misurazioni in continuo della fluorescenza
degli organismi di superficie.
- Uno spettrofotometro Ultrapath in grado di eseguire caratterizzazioni ottiche delle proprietà delle materie dissolte.
- Un radiometro PAR, per la misurazione della luminescenza della fotosintesi.

IL PROGRAMMA DI SENSIBILIZZAZIONE - Un corrispondente sarà sempre presente a bordo per seguire in diretta la spedizione attraverso video, foto e testi su Internet e i social media.
- Patenariati con altri media.
- Il diario di bordo di Tara al termine della spedizione.
- Produzione di programmi televisivi.
- Programma educativo Tara Junior.

IL PROGRAMMA SCIENTIFICO IN DETTAGLIO La spedizione Tara Oceans avrà un approccio globale: l’obiettivo è mettere a confronto i dati biologici relativi al plancton e all’ambiente fisico-chimico dell’Artico con i dati raccolti negli altri oceani durante la spedizione Tara Oceans (2009-2012). È inoltre previsto quanto segue:
- uno studio della plastica alla deriva e degli inquinanti atmosferici presenti nell’Artico;
- uno studio del “colore” dell’oceano, della sua composizione e dei pigmenti delle particelle presenti in superficie per la NASA da parte dell’Università del Maine, negli Stati Uniti;
- uno studio specifico delle fioriture primaverili del fitoplancton sul limitare della banchisa condotto dall’Università Laval, nel Québec;
- e infine, una collaborazione con l’Istituto oceanografico Shirshov di Mosca e il Parco Nazionale Artico Russo.

LE CONDIZIONI DELL’ARTICO Ad oggi solo due velieri hanno realizzato una simile circumnavigazione dell’oceano Artico.
Sono due i tipi di rischi identificabili, quelli naturali e quelli tecnici. I rischi naturali ovviamente includono le condizioni climatiche imprevedibili e la straordinaria presenza del ghiaccio.
Benché il periodo di disgelo si allunghi quasi ogni anno, la finestra temporale di passaggio (prima della chiusura dei ghiacci) continua a essere breve e non lascia molto spazio agli imprevisti. Le temperature si aggireranno tra i -10°C e i +5°C quando Tara navigherà oltre il Circolo Polare Artico, tra luglio e ottobre.
Le ore di luce diurna prevarranno nell’Artico russo per lasciare poco a poco spazio a notti chiare della durata di 12 ore a partire da fine agosto. Tara dovrà subire qualche adattamento per poter mettere al riparo dal freddo gli spazi di lavoro e le apparecchiature scientifiche esterne.

I PARTNER Fondo di dotazione agnès b.
Fondazione Principe Alberto II di Monaco
Città di Lorient
CNRS
EMBL
GENOSCOPE
TAKUVIK (LAVAL & CNRS)
SHIRSHOV
NASA
e i laboratori del consorzio OCEAN

Con l’Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica Francese François HOLLANDE.

17.10.12

Tara a Parigi




Dal 3 novembre al 27 gennaio la goletta d’esplorazione Tara sarà a Parigi, al porto degli Champs Elysées.
Visita il blog dedicato allo scalo di Tara a Parigi: taraparis2012.blogspot.fr con in programma delle proiezioni e i dibattiti (in lingua francese)


Una grande esposizione installata in container marittimi, vi permetterà di capire l’importanza del ruolo dell’oceano per la vita sul pianeta e come il cambiamento climatico condizioni – attualmente e in futuro – la sua evoluzione. 

Durante il weekend l’equipaggio sarà a vostra disposizione per una visita guidata a bordo di Tara.
Durante questi tre mesi a Parigi, circa 130 scuole, centri culturali e sportivi della regione saranno invitati a visitare l’esposizione e la goletta in presenza dell’equipaggio e a partecipare agli ateliers scientifici. Avranno quindi modo di toccare con mano la realtà di una spedizione scientifica e di riflettere sulle attuali problematiche ambientali.

L’ESPOSIZIONE

Sulla riva della Senna accanto al ponte Alexandre III l’esposizione TARA EXPEDITIONS, ALLA SCOPERTA DI UN NUOVO MONDO: L’OCEANO ripercorrerà, per la prima volta, le diverse spedizioni di Tara Expeditions mettendo in luce i dati raccolti durante la recente spedizione Tara Oceans dedicata allo studio del plancton e del suo ruolo primordiale nella mutazione climatica.

La bellezza dei due poli sarà rappresentata dalle foto in bianco e nero di Vincent Hilaire, corrispondente a bordo durante le ultime due spedizioni. 



X.Bougeard/Tara Expéditions

INFORMAZIONI

Trasporti. Metro linee 1, 8 e 13, Champs-Elysées/Clémenceau. RER, linea C, Invalides. Bus, linee 72, 83 et 93
Orari. Aperto tutti i giorni tranne il martedì dalle 11:00 alle 18:30 e il weekend dalle 10:00 alle 18:30.
Tariffe. 6 € a partire dai 12 anni - 5€ studenti - 2 € dagli 8 ai 12 anni - gratis per i minori di 8 anni.


PARTNERS DELL'EVENTO
agnès b., Mairie de Paris, Voies Navigables de France, Région Ile de France, l’ADEME, la Fondation EDF, Palais de la découverte-Universciences, Métro Publications et l’Agence France Presse. 

15.10.12

L'agenda

Dopo alcuni scali in Europa durante l’inverno, la goletta ripartirà nel 2013 per una nuova missione, continuando a condividere con tutti voi i risultati delle spedizioni realizzate dal 2003.

D.Sauveur/Tara Expéditions

Da maggio 2013 vi porteremo in direzione del Grande Nord. Tara tenterà di effettuare il giro dell’Oceano Artico percorrendo la rotta lungo i passaggi a Nord Ovest e a Nord Est, ghiaccio permettendo… La maggior parte degli scienziati e degli istituti coinvolti nel progetto Tara Oceans ci accompagnerà per studiare l’ecosistema polare marino e completare il lavoro realizzato dal 2009. Sarà inoltre un’occasione per aggiungere nuovi programmi di ricerca specifici di questa regione, come la ricerca sulle particelle di plastica o sulle tracce di sostanze inquinanti.
Naturalmente, condivideremo l’avventura con tutti voi e affronteremo i temi attuali di questa regione così inospitale e al contempo affascinante.

Il 2014 è ancora lontano ma Tara seguirà la sua rotta verso la barriera corallina del Pacifico con un equipaggio di scienziati, navigatori e cineasti e stiamo già lavorando per definire le linee guida di questa spedizione con l’aiuto del regista Luc Jacquet e del sub Laurent Ballesta.

Infine, intendiamo preparare una nuova deriva artica che debutterà a metà 2015, e questa volta toccherà lo stretto di Bering.

Da maggio 2009, Tara Expéditions si è costituita in fondo di dotazione, una struttura senza fini di lucro.  L’indirizzo è 12, rue Dieu, 75010 Parigi, Francia.

Il Fondo Tara è abilitato alla ricezione di donazioni e lasciti finalizzati al finanziamento delle spedizioni Tara, un’azione per comprendere meglio il pianeta. Nel 2010 è stata costituita una fondazione Tara negli Stati Uniti per sostenere Tara Expeditions in quel territorio.

15.6.12

L'avventura continua!

D.Sauveur/Tara Expéditions

Dopo più di due anni e mezzo di spedizione, Tara è di ritorno a Lorient. Quest’ultimo viaggio di studi sulla vita marina permetterà al veliero di ritagliarsi un posto indiscutibile nel mondo scientifico e dell’avventura. La goletta continua la sua rotta sulla scia delle grandi navi oceanografiche.  

Etienne Bourgois, presidente di Tara Expéditions, già punta il suo sguardo verso il futuro.

Dopo una spedizione-maratona come questa, quale sarà il futuro di Tara?

L’imbarcazione rimarrà in Europa quest’anno. Sarà a Lorient per svolgere delle attività scolastiche; poi, per la tappa della Volvo Ocean Race, a Dublino e a Brest a luglio, infine raggiungerà Parigi in autunno. Nel 2013, desideriamo ritornare nell’Artico, un oceano che non abbiamo investigato durante Tara Oceans, per fare il giro dei passaggi a Nord Ovest e a Nord Est. Non conosciamo molto la biologia di questa regione. Sarà l’occasione per mettere a frutto il nostro know-how sviluppato nel corso di due anni e applicarlo a questa zona polare poco nota, ma al centro dell’attualità. Continueremo anche il nostro programma di misurazioni del tasso di plastica a bordo e daremo vita a nuove collaborazioni.

Di ritorno al polo...

Jean-Claude Gascard, che ha preso parte al progetto Tara Arctic con il programma scientifico europeo Damoclès, è di nuovo il coordinatore di un ambizioso programma europeo nell’Artico, che porta il nome di ACCESS (2011-2015), con cui contiamo di collaborare; senza dimenticare gli specialisti russi, canadesi e del Québec di questa particolare regione. Gli scienziati ritengono che nell’Artico siano in corso cambiamenti radicali e che una nuova valutazione della situazione della biodiversità sia molto importante per il futuro.

Avete anche l'intenzione di riprendere gli studi sui coralli…


Stiamo delineando i contorni della spedizione che, nel 2014, seguirà quella dell’Artico, un progetto di studi sul gradiente della biodiversità delle barriere coralline in superficie e in profondità nel Pacifico. Una spedizione realizzata in collaborazione con il regista Luc Jacquet e la sua associazione Wild-Touch, che attraverserà il Pacifico e l’Asia del Sud Est, per poi terminare ad Hong Kong. Infine, desideriamo preparare una nuova deriva artica che debutterà a metà 2015, questa volta passando per lo stretto di Bering. Ripartiremo per altri due anni o forse più…

Etienne Bourgois - F.Latreille/Tara Expéditions

La deriva polare sarà stata un vero successo per Tara…

Tra il debutto della prima deriva artica di Tara, nel 2006, e la fine della seconda, saranno passati quasi 10 anni. All’epoca, tra 2006 e 2008, non fu possibile portare a termine alcuni programmi biologici. Inoltre, adesso l’equipaggio di Tara vanta una certa competenza in logistica polare che siamo felicissimi di mettere al servizio della scienza.

Cercate un po’ più di visibilità?

Tara Oceans è una missione di riferimento che funziona bene, ma il grande pubblico non si è ancora reso conto fino a che punto sia stata una sorpresa per gli scienziati. Tutti concordano nel dire che, grazie a questa spedizione, abbiamo scoperto la nostra ignoranza in materia di oceani. Lavoriamo sulla comunicazione al grande pubblico realizzando film destinati al cinema. Tara Oceans non si ferma quando la nave torna in porto.

Avete parlato anche di un progetto di studio sugli estuari...

È un progetto non ancora terminato a cui tengo molto. Sul mare sorgono vere e proprie megalopoli, 2 miliardi di esseri umani sono interessati e gli obiettivi sono importanti: inquinamento, surriscaldamento climatico, accesso all’acqua potabile e desertificazione. Le pressioni sulla popolazione saranno tali che si stima che quasi 150 milioni di persone dovranno migrare per motivi climatici da qui alla fine di questo secolo. Una certezza: Tara Expéditions si augura di continuare ad operare in favore dell’ambiente.

Dichiarazioni di Etienne Bourgois raccolte da Dino Di Meo

IL FUTURO DI TARA OCEANS
di Éric Karsenti, direttore scientifico della spedizione Tara Oceans

Eric Karsenti - S.Bollet/Tara Expéditions


- 10 anni di analisi complesse sui dati e i campioni raccolti durante la spedizione. Si tratta di un lavoro che dovrebbe offrire per la prima volta una visione integrale dell’ecosistema planctonico mondiale.

- L’applicazione delle nostre scoperte al dominio della ricerca e dello sviluppo per un’ecologia globale del pianeta (nel quadro del programma Oceanomics).

- Un importante rafforzamento della struttura collaborativa e del consorzio OCEANS che riunisce tutti i coordinatori scientifici di Tara Oceans.

- Il potenziamento dell’impatto delle nostre osservazioni a livello politico in collaborazione con istanze nazionali e internazionali come le Nazioni Unite.

- Una maggiore collaborazione tra Tara Expéditions e alcuni attori scientifici come il CNRS (Centro nazionale per la ricerca scientifica), l’EMBL (Laboratorio europeo di biologia molecolare) e il CEA (Commissariato per l’energia atomica e le energie alternative), al fine di diffondere la conoscenza degli oceani al grande pubblico.

14.6.12

Tara Oceans: un tesoro scientifico

D.Sauveur/Tara Expéditions


Iniziata a settembre 2009, l’ottava spedizione di Tara (Tara Oceans) ha come scopo determinare, durante un tour mondiale di due anni e mezzo con 50 tappe, l’effetto del riscaldamento globale sui sistemi planctonico e corallino. Un centinaio di scienziati di tutto il mondo ha preso parte all’avventura. Il primo bilancio della spedizione supera ogni aspettativa. Ma i risultati chiave non saranno noti prima di qualche anno.

Un’odissea di 938 giorni in mare – dal Mediterraneo all’Atlantico, dall’oceano Indiano al Pacifico, fino all’Antartico – e, alla fine dell’avventura, un grido di gioia: «Missione compiuta!». È proprio questo il ritornello intonato in questi giorni dai 70 membri dell’equipaggio e dai 126 scienziati di 35 nazionalità che, dal 2009, hanno vissuto insieme a bordo di Tara (e a terra).

Lo scopo ambizioso di questa spedizione appoggiata dal CNRS (Centro nazionale per la ricerca scientifica), l’EMBL (Laboratorio europeo di biologia molecolare) e il CEA (Commissariato per l’energia atomica e le energie alternative) e da numerosi attori pubblici e privati, coordinata dal biologo Eric Karsenti, responsabile scientifico della spedizione, e da Etienne Bourgois, armatore e presidente di Tara, era chiaro: lo studio degli ecosistemi planctonici nei due emisferi, e di tutti gli oceani, allo scopo di rilevare i preziosi genomi, ma anche gli insiemi corallini. Formato da organismi, animali, piante, alghe, virus e batteri alla deriva, il plancton (dal greco planktos = derivante, errante), essenziale tassello dei cicli climatici e biogeochimici del globo, rappresenta l’80% degli organismi unicellulari apparsi sulla Terra 2,7 miliardi di anni fa. Da qui l’entusiasmo di Eric Karsenti, incentivato dalle ultime frontiere dell’ignoto… «L’idea era quella di comprendere meglio l’origine del plancton, le sue evoluzioni, i suoi movimenti da un oceano all’altro. Quale era la sua distribuzione e la sua biodiversità? Tutti i suoi regni erano interconnessi? Come influiva l’ambiente – temperatura, salinità, acidità e parametri psico-chimici – su queste rare creature?» Per dare una risposta, Tara Oceans ha fatto appello a un esercito di esperti in genomica, imaging quantitativo, biologia, biogeochimica, biogeografia, oceanografia, biofisica, genetica e bioinformatica... Una interdisciplinarità rara. «È stata proprio questa la forza di tale spedizione, il suo apporto rivoluzionario», insiste Eric Karsenti.

CTD - Tara Expéditions

Nel 1997, la NASA aveva fornito la prima stima mondiale sulla produzione clorofilliana di plancton, precisandone il ruolo di regolatore dell’aria terrestre grazie ai suoi processi di fotosintesi. Tara Oceans ha consolidato l’insieme di conoscenze grazie all’enorme quantità di dati raccolti dalla goletta. I ricercatori hanno prelevato 27 000 campioni: un passo da gigante nell’ordine dell’infinitamente piccolo. Da lì la scoperta di un panorama, fino ad allora ignoto, del plancton. Se, fino ad oggi, sono stati scoperti 500 000 organismi planctonici, «rimane ancora da scoprire il 95% dei microorganismi», precisa Eric Karsenti.
«I nostri metodi in bio-informatica ci hanno permesso di constatare che, a livello di batteri, c’erano tra di loro, da una stazione all’altra, attività metaboliche molto differenti», aggiunge Eric Karsenti. È stato a questo livello che si è reso indispensabile l’obiettivo di una modellizzazione degli ecosistemi, possibile grazie alle numerose stazioni. «La costituzione di tali modelli è essenziale. Può consentire di anticipare l’evoluzione dell’oceano, l’organizzazione negli ecosistemi e la loro ripartizione geografica. Sono molto utili per l’aumentata acidificazione e il riscaldamento globale», stima il biologo specialista di protisti Colomban de Vargas (CNRS).

Glider - V.Hilaire/Tara Expéditions

Mentre gli ecosistemi subiscono pressioni di tutti i tipi, Tara Oceans ha permesso di misurare meglio la risposta della vita marina ai cambiamenti climatici. «La distribuzione dei microorganismi è in parte determinata dall’ambiente, la latitudine e le correnti», ricorda Eric Karsenti. «Tali modelli devono poter aiutare a predire l’evoluzione della vita marina in funzione delle variazioni climatiche». D’altro canto, con l’aiuto di alianti muniti di rivelatori e di boe derivanti, sono stati condotti degli esperimenti, in particolare nelle acque del Pacifico ricche di azoto e polvere di plancton, per delineare meglio come il plancton e il corallo si siano evoluti in funzione dell’ambiente.
«Abbiamo constatato che il plancton era colonizzato da un numero gigantesco di virus, e che si era adattato al riscaldamento, continuando a fabbricare la metà dell’ossigeno, a captare la metà di CO2, e quindi a ridurre l’effetto serra», aggiunge Eric Karsenti. «Alla fine, abbiamo un’idea più precisa della sua biodiversità, della sua complessità.
Dal 60 all’80% dei geni e bacilli analizzati fino ad ora grazie a Tara Oceans, era ancora sconosciuto.
Questi sono dati di capitale importanza, poiché qualunque variazione nella composizione del plancton può avere un impatto sull’equilibrio gassoso del pianeta».


UN BUONO STATO DI SALUTE GENERALE DELLA SCOGLIERA CORALLINA ESPLORATE

Tara Oceans si era fissata come obiettivo anche quello di “misurare la pressione” degli ecosistemi corallini. Una sfida enorme per la spedizione. Sono stati studiati non meno di 102 siti, tra i quali Djibouti, Saint-Brandon, Mayotte e le isole Gambier, che hanno rivelato un buono stato di salute generale dei coralli analizzati. Nonostante la loro notoria resistenza agli stress termici e agli aumenti di temperatura, l’acidificazione degli oceani o l’invasione qua e là di stelle marine sono fattori preoccupanti. Le analisi in corso diranno se i coralli possono sopportare eventuali nuovi rialzi di temperatura.

F.Benzoni/Tara Oceans

Tara Oceans avrà consentito altre scoperte stupefacenti, dalle quali emerge un dato negativo: durante il passaggio in Antartide, lo scorso gennaio 2011, la goletta ha rilevato un’ incredibile presenza di plastica in questa parte recondita del globo. I campioni raccolti contenevano tra 956 e 42 826 pezzi di plastica per chilometro percorso. Risultati carichi di conseguenze. Sono in corso varie analisi per valutare i rischi di tale inquinamento per la salute umana, gli animali, gli uccelli e i mammiferi marini.
«Tara Oceans è stata, sotto tutti i punti di vista, una spedizione rivoluzionaria. L’analisi dei prelievi richiede un lavoro immenso almeno per i prossimi vent’anni», sottolinea il coordinatore scientifico Gaby Gorsky. La spedizione continua ora in laboratorio.

ALCUNE IMPORTANTI SCOPERTE

Micro-organismi
In arrivo una nuova banca mondiale di dati raccolti a bordo per delineare meglio la regolazione globale del clima terrestre.

Genomi
Scoperta una diversità inedita di contenuti in geni planctonici, soprattutto a livello di fitoplancton.

Fecondazione degli oceani
Un campionario spettacolare su vasta scala. Le analisi sono in corso tramite imaging e genomica.

Missione corallo
La messa in risalto di una grande dinamica di popolazioni coralline e la scoperta di dieci nuove specie, in particolare nelle isole Gambier.

F.Benzoni/Tara Oceans

11.8.09

La spedizione Tara Oceans su Rai TGR Leonardo



In autunno partirà il veliero Tara, che ripercorrerà gli itinerari della nave Beagle sulla quale viaggiò Darwin. Alla spedizione partecipa, unica in Italia, l'Università di Milano-Bicocca con la ricercatrice Francesca Benzoni, esperta di coralli. Autore, Lucia Capuzzi.

2.8.09

La spedizione Tara Arctic



F.Bernard/Tara Expéditions

Damoclès rivela i suoi segreti

Nel 2008, al ritorno di Tara a Lorient, dopo 507 giorni di deriva artica, Jean-Claude Gascard, pilastro del programma Damoclès, assicurava che la goletta, una «specie di navetta spaziale nell’orbita polare», portava ai 48 laboratori coinvolti nella missione «un tesoro di guerra». Da allora, ovvero da quando si effettuano misurazioni, i rilievi non lasciano adito a dubbi: la perdita di superficie ghiacciata nell’Artico è pari a un’estensione comprendente i territori riuniti di Francia, Germania e Spagna. Jean-Claude Gascard ci spiega il perché.

Il 4° Anno Polare Internazionale (2007-2008) è stato un’occasione unica per scoprire l’oceano Artico grazie all’ausilio delle tecnologie moderne, di importanti infrastrutture e dei potenti mezzi della logistica. In questo periodo hanno avuto luogo eventi estremi, di portata eccezionale, quali il ritiro senza precedenti e imprevisto dei ghiacci marini nel settembre 2007 o la profonda trasformazione del modo in cui varia l’atmosfera artica, anche detto «oscillazione artica » (AO).

Dopo una fase positiva tra 2007 e 2008, l’oscillazione artica è diventata molto negativa nel 2010. Per poter comprendere le cause più probabili di tali cambiamenti che interessano l’atmosfera, la banchisa e l’oceano Artico, è necessario identificare la catena di avvenimenti che collega questi tre elementi fondanti del clima artico e le interazioni e controreazioni positive o negative che hanno potuto condurre a una situazione simile. L’oscillazione artica (AO) si esprime in valori positivi e negativi. I valori positivi corrispondono a una tendenza ciclonica che si traduce in pressioni atmosferiche più deboli a livello del mare, in temperature dell’aria più elevate in superficie e in condizioni più deboli per la formazione dei ghiacci. Al contrario, un indice AO negativo corrisponde a una tendenza anticiclonica, a elevate pressioni atmosferiche a livello del mare, a basse temperature della superficie e a condizioni intensificate di formazione dei ghiacci (estensione e spessore dei ghiacci maggiore). In conseguenza del forte abbassamento dell’indice AO nel 2010, si sono registrate temperature eccessivamente basse, oltre 10 °C al di sotto delle normali temperature stagionali in Europa, Russia e America del Nord.

I primi cambiamenti osservati nell’Artico non riguardano tanto la distesa quanto lo spessore del ghiaccio marino. Si tratta di osservazioni che risalgono agli inizi degli anni 1990. Rispetto allo spessore medio di oltre 3 metri rilevato negli anni 1970, a metà degli anni ’90 lo spessore medio della banchisa artica era inferiore ai 2 metri. Sono stati i sottomarini nucleari americani che navigavano sotto la banchisa a dare l’allerta. Il fenomeno dell’assottigliamento della banchisa artica è proseguito nel periodo più recente, e oggi si stima che lo spessore medio della banchisa artica sia dimezzato negli ultimi 30 anni. In effetti, è il ghiaccio più antico (denominato ghiaccio multiannuale) con uno spessore superiore a 3 metri ad essere scomparso poco a poco lasciando posto a quello più giovane, il cui spessore è inferiore ai 2 metri.


F.Latreille/Tara Expéditions


Uno scarto crescente tra lo sciogliersi e il riformarsi dei ghiacci
Paradossalmente, è stata la diminuzione della distesa di ghiaccio marino ad attirare l’attenzione degli osservatori nell’Artico durante il primo decennio del XXI secolo. Nel corso dell’estate del 2007, abbiamo assistito a un arretramento spettacolare dei ghiacci marini e, nel settembre del 2007, la distesa della banchisa artica non superava i 4 milioni di chilometri quadrati, ovvero era due volte meno estesa di trent’anni prima. Se si combina l’assottigliamento del 50% dello spessore del ghiaccio al dimezzamento della distesa della banchisa, si ottiene una perdita di massa o volume pari al 75%. Sono cifre considerevoli. C’è chi sostiene che la perdita di massa o volume della banchisa alla fine dell’estate si aggiri attualmente attorno al 60%. Grazie al programma scientifico europeo Damoclès, abbiamo potuto studiare lo scioglimento progressivo della banchisa in primavera e il riformarsi del ghiaccio in autunno e abbiamo constatato un avanzamento dello scioglimento dell’ordine di 1-2 giorni nel corso degli ultimi dieci anni e un ritardo equivalente in autunno. Il crescente scarto tra lo sciogliersi e il riformarsi dei ghiacci (che attualmente è pari a un mese in rapporto alle osservazioni fatte una decina di anni fa circa) è una misura molto importante del progressivo aumento del periodo di scioglimento della banchisa – il che spiega anche i valori minimi, e sempre più pronunciati, del ghiaccio, osservati a settembre di ogni anno.

Un altro risultato del tutto spettacolare osservato riguarda la velocità dello spostamento del ghiaccio marino, quasi duplicata nell’ultimo secolo. La goletta Tara è stata trascinata dalla deriva transpolare in 507 giorni, da settembre 2006 a gennaio 2008, dal mare di Laptev allo stretto di Fram, mentre al vascello norvegese Fram a bordo del quale navigava il leggendario esploratore Fridtjof Nansen ci vollero più di mille giorni (3 anni) per percorrere la stessa deriva più di un secolo fa. La stazione russa NP35 ha percorso in 10 mesi, da ottobre 2007 a luglio 2008, la stessa distanza che il Fram ha percorso in 2 anni tra il 1894 e il 1896. Nei 507 giorni di deriva transpolare, Tara è rimasta prigioniera dei ghiacci, al confine tra quelli più antichi situati davanti alla deriva e quelli più giovani situati sulla scia del vascello.

La quiete nell’oceano Artico: fino a quando?
Il ghiaccio marino riflette più dell’80% della radiazione solare incidente. Dal momento in cui è ricoperta di neve, tale percentuale denominata albedo [il rapporto dell’energia solare riflessa da una superficie sull’energia solare incidente] può raggiungere il 90%. Al contrario, l’oceano libero dal ghiaccio assorbe l’80% circa della radiazione solare incidente e la trasforma in calore. È questo enorme contrasto tra l’«albedo» del ghiaccio e quello dell’acqua marina che essenzialmente spiega l’origine dell’amplificazione del riscaldamento climatico al Polo. Abbiamo poi esaminato minuziosamente il comportamento dell’oceano superficiale in un contesto in cui i ghiacci marini e l’atmosfera artica subiscono al contempo delle trasformazioni profonde. Le conclusioni principali sono sorprendenti. Senza rimettere in questione il fenomeno del feedback positivo legato all’«albedo» molto fragile dell’oceano in rapporto all’«albedo» del ghiaccio, sembra che gli strati sub-superficiali dell’oceano, così come le strutture principali che caratterizzano la stratificazione verticale dell’oceano Artico, siano considerevolmente stabili.
Abbiamo anche notato una possibile influenza delle acque relativamente calde e poco salate dell’oceano Pacifico, che qui arrivano attraverso lo stretto di Bering, sullo scioglimento accelerato e pronunciato dei ghiacci marini nel bacino canadese e nel mare di Chukchi. Al contrario, le masse d’acqua, relativamente calde e più salate, provenienti dall’oceano Atlantico, che circolano più in profondità rispetto alle acque provenienti dal Pacifico, sembrano avere un impatto molto ridotto sull’origine dei ghiacci marini. Grazie alla missione Tara Arctic, nel quadro del progetto Damoclès, abbiamo identificato uno strato localizzato nel termoclino a circa 100 metri sopra il cuore della massa d’acqua atlantica che si trova a circa 300 metri di profondità nel bacino euroasiatico e a 400 metri di profondità nel bacino canadese, e dove si sviluppa un processo di doppia diffusione di natura convettiva. Ne risulta una struttura molto particolare caratterizzata da strati orizzontali di qualche metro di spessore, chiaro segno della considerevole tranquillità dell’oceano Atlantico che non si comporta come un oceano turbolento esposto a tutti i venti. Ma per quanto tempo ancora sarà così? La spedizione Tara Damoclès nell’Artico è stata prodiga di insegnamenti, come attesta l’elenco di pubblicazioni di altissimo livello presente nelle importanti riviste scientifiche internazionali. Più di 12 articoli pubblicati sul progetto Damoclès si relazionano direttamente alla spedizione Tara Arctic e 6 sono stati diffusi di recente durante alcune giornate internazionali. Un’altra ventina di pubblicazioni scientifiche Tara Damoclès sono attese da qui al 2012.

Jean-Claude Gascard, coordinatore del programma scientifico europeo Damoclès - Marzo 2012

1.8.09

La storia della goletta Tara

J.Girardot/Tara Expéditions


1989
Costruzione dell’imbarcazione nel cantiere SFCN su progetto di Luc Bouvet e Olivier Petit per l’esploratore Jean Louis Etienne che le dà il nome di Antarctica.

1990-1996
A bordo di Antarctica, Jean Louis Etienne guida alcune spedizioni in Antartide, Patagonia e Spitsbergen.

1999
Antarctica viene ribattezzata Seamaster con Sir Peter Blake, una leggenda nel mondo della vela. Inizia una serie di spedizioni sotto l’auspicio del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente.

2001
Sir Peter Blake viene tragicamente assassinato da un gruppo di pirati durante una spedizione a bordo di Seamaster mentre scendeva il Rio delle Amazzoni in Brasile.

Ottobre 2003
Acquisizione di Seamaster da parte di Etienne Bourgois e Agnès Troublé che la ribattezzano Tara in aprile 2004.

2004
Inizio delle missioni ambientaliste del progetto Tara Expéditions con la goletta di esplorazione per comprendere meglio l’impatto del surriscaldamento climatico sugli ecosistemi. L’equipaggio di Tara Expéditions contribuisce in modo concreto a rafforzare la consapevolezza ambientale del grande pubblico.

2004-2006
Tara realizza 6 spedizioni in Groenlandia, Antartide, Patagonia e Georgia del Sud.

Settembre 2006 – Febbraio 2008
Spedizione Tara Arctic: Deriva di 507 giorni e 2.600 km nella banchisa artica durante l’Anno Polare Internazionale.
Missione: Studio quotidiano di aria, atmosfera e banchisa per comprenderne il ruolo nei cambiamenti climatici in corso.

Novembre 2008 – Gennaio 2009
Tara è ormeggiata a Parigi per la presentazione dell’esposizione Tara, viaggio nel cuore della macchina climatica.

Settembre 2009 – Marzo 2012
Spedizione Tara Oceans: una spedizione scientifica di due anni e mezzo sugli oceani per studiare gli ecosistemi planctonici e la loro sensibilità ai cambiamenti climatici.
32 paesi attraversati e 50 scali effettuati.


Tara Arctic - F.Latreille/Tara Expeditions