12.7.13

Vento artico

Trinchettina in controluce. A.Deniaud / Tara Expéditions


Un vento gelido soffia nelle vele, con raffiche fino a 30 nodi. Gli ultimi prelievi della lunga sosta a Santa Anna sono stati accuratamente raccolti, Tara può riprendere il suo viaggio verso il nord di Novaja Zemlja. In quattro giorni, dobbiamo raggiungere la posizione 77° 11 Nord e 73° 37 Est, dove si svolgerà la quarta sosta scientifica del tratto Dudinka-Murmansk (Russia). Nel frattempo, l'avventura scientifica e marittima continua nell'Artico.



Difficile con questo freddo sferzante abbandonare la gola sottomarina di Santa Anna, senza un pensiero alla sfortunata nave russa che porta il suo nome. Dopo aver lasciato San Pietroburgo il 28 luglio 1912, la Santa Anna fece scalo a Alexandrovsk, vicino a Murmansk, prima di intraprendere la rotta marittima del Nord. Ai comandi del comandante in capo della spedizione, Broussilov, accompagnato dall’ufficiale di navigazione Albanov, l’equipaggio partiva alla volta delle coste siberiane, con l’intenzione di scoprire nuove terre per la caccia di balene, orsi bianchi, foche e trichechi… Ma nell’ottobre del 1912, al largo della Penisola di Yamal, la nave e il suo equipaggio caddero prigionieri dei ghiacci.

Per più di due anni andarono alla deriva verso il Polo Nord. Prigionieri della banchisa, oltrepassarono la stessa longitudine dell’Arcipelago di Francesco Giuseppe senza avvistare un lembo di terra. Nell’aprile del 1914, i viveri diminuirono, Albanov e tredici volontari abbandonarono i tre alberi per tentare di sfuggire al destino. Equipaggiati di slitte e kayak, realizzeranno un lungo periplo fino a Capo Flora nel sud dell’arcipelago di Francesco Giuseppe, in condizioni estreme, al freddo e senza cibo… In quel viaggio «Au pays de la mort blanche*» (“Nel paese della morte bianca”) , solo Albanov e il suo compagno Konrad sopravviveranno. Nessuna traccia della Santa Anna e degli uomini d’equipaggio fu mai ritrovata.

In mezzo a un mare libero dai ghiacci, Tara procede a vele spiegate. Solo di tanto in tanto, uno sfortunato pezzo di ghiaccio si profila all’orizzonte. Tuttavia, a qualche centinaio di miglia nautiche, una muraglia bianca di banchisa limita sempre l’accesso a Doudinka. «Lo stato dei ghiacci è cambiato molto in questi ultimi giorni; da qui a una settimana la zona dovrebbe essere accessibile», ci confida fiducioso Samuel Audrain, il capitano. Il nostro arrivo all’imboccatura di Yenisei, il fiume che risale fino a Doudinka, è previsto per il 22 luglio. Una volta là, dobbiamo proseguire la nostra missione, raccogliere dati scientifici sulle masse d’acqua attraversate. E per garantire un monitoraggio continuo dei valori relativi a mare, salinità, temperatura, ecc., gli scienziati a bordo hanno messo a punto una «ronda scientifica». Dopo il giro delle macchine da parte del marinaio di guardia, un collega andrà nel laboratorio secco per verificare che tutte le apparecchiature funzionino correttamente. In totale, è necessario controllare una ventina di elementi, dall’alimentazione delle macchine alla temperatura dei congelatori, passando per il corretto funzionamento dei software. In caso di dubbio o avaria, Marc Picheral, ingegnere oceanografico, avrà il privilegio di essere svegliato. Anche questo fa parte dell’avventura scientifica!



Anna Deniaud Garcia


*”Au Pays de la mort blanche”, libro pubblicato da Editions Guérin Chamonix. Il giornale di bordo di Valerian Albanov.

10.7.13

ESPLORA IL MONDO DEL PLANCTON



photo: C.Sardet/CNRS/Tara Oceans



Scopri questo affascinante progetto 
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Plankton Chronicles

9.7.13

Una sosta scientifica ai bordi della banchisa

Un angelo di mare. A.Deniaud / Tara Expéditions



Mentre i ghiacci scricchiolano scontrandosi con lo scafo di Tara, gli scienziati dispongono sul ponte la loro abituale collezione di flaconi, provette e tutti gli altri accessori necessari alla campionatura. Per più di 12 ore, l’equipaggio deve effettuare campionamenti in questa zona coperta dai ghiacci. Fortunatamente, in questa giornata estiva, le temperature sono clementi, il termometro si è stabilizzato attorno ai -3°C. La sosta scientifica si preannuncia lunga, ma l’Artico si rivelerà generoso con i coraggiosi.

In tutta franchezza, la partenza è stata caotica o meglio il preriscaldamento ha preso tempo. Colpa forse del freddo o della nuova programmazione che prevede una discesa a 50 metri, i fondali marini sono poco profondi a queste latitudini, comunque sia la rosetta ha effettuato due immersioni invano. Si è spenta a mezza strada. Il terzo tentativo è andato a buon fine e in breve tempo si è rivelata tutta la ricchezza della biomassa della zona, mostrando un’importante quantità di fitoplancton in profondità, tra 35 e 50 metri. È stato necessario modificare il numero delle messe in acqua delle reti. In vista della concentrazione planctonica, le operazioni di filtraggio si prevedono lente, molto lente. Nei campioni si accalcano catene di diatomee, micro-alghe unicellulari che producono un’importante quantità di ossigeno, e anche una grande diversità di copepodi, piccoli crostacei marini, e di briozoi, invertebrati marini che vivono in colonie dentro a logge individuali. Mentre la pazienza di alcuni scienziati è messa a dura prova dalle operazioni di inserimento di questi piccoli mondi all’interno di flaconi contrassegnati da un codice a barre, altri tengono d’occhio gli altri strumenti messi in acqua in mezzo ai ghiacci. 

Solo la rete manta, che consente, tra le altre cose, di effettuare campionamenti in superficie delle particelle di plastica, si salverà dal bagno in acque gelide. Per timore di danneggiare le maglie nel ghiaccio, Marc Picheral, l’ingegnere oceanografico a bordo, ha deciso di non metterla in acqua. Se il ghiaccio rappresenta il fulcro dell’attenzione in questa sosta tra le acque gelide dell’Artico, va anche detto che la sua presenza aggiunge un certo grado di complessità alle operazioni. È necessario trovare degli spazi liberi dal ghiaccio che consentano di mandare tranquillamente alla deriva gli strumenti.


Proprio durante una di queste derive abbiamo incontrato il padrone di casa.
Nel primo pomeriggio, quando la nebbia sì è infittita, un orso polare è apparso in mezzo a una struttura di ghiaccio. È stato Sergey, lo scienziato russo, ad avvistarlo. L’orso bianco aveva senza alcun dubbio sentito la nostra presenza da lontano e deve essere venuto a vedere il visitatore inaspettato. Ci ha lasciato osservarlo mentre effettuava, forse per meravigliarci, un salto acrobatico tra due blocchi di ghiaccio. Poi, da buon nuotatore, si è lanciato in acqua per immergersi nella sua profonda solitudine. 

Ciascuno di noi è poi ritornato al suo lavoro, soddisfatto di questo incontro inaspettato. Dopo qualche ora, un altro incontro con tre angeli di mare ha attirato la curiosità di tutto l’equipaggio. Erano finiti nella rete a 180 micron, e sono stati subito messi nell’acquario a bordo per essere osservati e fotografati. Questi esseri trasparenti, di colore rosso, dotati di piccole ali, si son ben guadagnati il loro nome. Le loro delicate evoluzioni in acqua salata fanno pensare inequivocabilmente a degli angioletti in paradiso. Per chiudere in bellezza, è apparsa pure una foca in lontananza. Ma, contrariamente agli angeli di mare, il mammifero marino non ha fatto il minimo sforzo per intrattenerci. Sdraiata sulla banchisa, apatica, la foca ci ha a malapena degnati di uno sguardo sollevando il capo al nostro passaggio. Ma poco importa, eravamo già molto soddisfatti.


Tara riprende la sua rotta in mezzo al biancore scintillante.


Anna Deniaud Garcia


7.7.13

Nel regno dei ghiacci

Tara di nuovo tra i ghiacci. A.Deniaud/Tara Expéditions



L’orizzonte ha cambiato colore. Un bordo bianco ricopre il grande blu. Sarà ancora una volta l’effetto Novaja Zemlja che ci sta giocando qualche brutto scherzo? «Ghiaccio in vista!», grida a gran voce il marinaio di guardia. L’euforia si propaga in seno all’equipaggio. Dopo la nostra partenza da Murmansk, non vediamo nient'altro che il bianco inebriante della banchisa. Né il freddo pungente né il giorno permanente riescono a convincerci che stiamo navigando nell’Artico. Eppure ci siamo! Senza timore, Tara si dirige sicura verso la muraglia bianca che si erge all’orizzonte. La goletta sembra desiderosa di rivedere quel vecchio amico che l’ha accolta più volte nella deriva artica. 


Da tre giorni le temperature sono davvero crollate, sprofondando sotto lo zero. Qualche fiocco di neve era sceso durante le ultime soste costringendo uomini e strumenti ad attrezzarsi contro il freddo. Per ordine degli scienziati a bordo, ci spingiamo verso est, sopra l’isola di Novaja Zemlja, nella speranza di effettuare campionamenti ai margini della banchisa. Come bambini, siamo impazienti di giocare con il ghiaccio. Ma il primo avvistamento si è concluso con una grande delusione. Due sfortunati pezzi di ghiaccio si sfidano a duello all’orizzonte. Da ridere. Il surriscaldamento climatico non poteva essere più crudele! Malgrado le mappe del ghiaccio che riceviamo ogni giorno ne attestino la presenza a poche miglia nautiche dalla nostra posizione, abbiamo quasi perso la speranza di riuscire a penetrare un giorno nel regno bianco. Ma poi, sabato sera, quando ci eravamo distratti un po’ per festeggiare il compleanno di Claudie, un nuovo mondo si è offerto ai nostri occhi. 


Sono le undici di sera passate ma non abbiamo sonno. Sul ponte della goletta, ammiriamo ancora una volta il panorama che sfila davanti ai nostri occhi. Immersi in un silenzio religioso, i blocchi di ghiaccio incastrati l’uno sull’altro galleggiano su un mare liscio come l’olio. Sembra di stare su uno scenario post-apocalittico. Una scoperta per alcuni, un ritrovamento per altri. A ogni modo rimaniamo tutti soggiogati dalla bellezza del paesaggio. «È un piacere rivedere il ghiaccio!» esclama Samuel, il capitano, con un ampio sorriso sulle labbra. «Che bello…» sussurra Joannie emozionata. C’è da dire che la bellezza fredda sa giocare con i colori e le forme per sedurci. Nel blu intenso del mare di Kara, alcune macchie di un bianco immacolato contrastano con il turchese della parte sommersa dei lastroni di ghiaccio. Le forme geometriche di alcuni blocchi si mescolano alle rotondità dei pezzi di ghiaccio erosi, finemente decorati da file di stalattiti trasparenti. Con dolcezza, Tara si insinua zigzagando tra queste sculture naturali. Al timone, bisogna essere vigili. 


Dopo una notte di scricchiolii dovuti al ghiaccio che viene a rompersi sullo scafo di Tara, ritroviamo il regno bianco. Non era dunque un sogno, né un miraggio! La verità riprende il sopravvento. Bisogna effettuare campionamenti in questa zona, immergere le reti in quest’acqua ghiacciata, sopportare il freddo ora dopo ora. Domani, effettueremo una sosta lunga ai bordi della banchisa. La vita nelle profondità marine sarà forse più animata che in superficie? Quali micro-organismi sono così folli da scegliere come domicilio questa regione polare? Grazie ai prelievi scientifici, il regno dei ghiacci si rivelerà a poco a poco ai nostri occhi.

5.7.13

Tara veleggia sul Mar di Barents

Proseguono le soste scientifiche sul Mar di Barents allo scopo di esplorare le profondità di questo mare situato tra le coste norvegesi e russe, l’arcipelago delle Svalbard, e gli arcipelaghi di Francesco Giuseppe e di Novaja Zemlja. In questa regione oceanica poco profonda, dove il plateau continentale si trova in media a 230 metri sopra la superficie, gli scienziati proseguono i prelievi di campioni finalizzati a comprendere meglio la vita biologica di questa zona, in cui si mescolano le masse d’acqua atlantica e artica. Un’investigazione approfondita in questo mare molto amato da esploratori e ricercatori.




Nel 1594 Willem Barents partì alla ricerca di un passaggio a Nord per raggiungere l'Estremo Oriente: 
perderà la vita durante la terza missione ma lascerà il suo nome a questo mare del Circolo Polare Artico.





«Il Mar di Barents è uno dei mari più studiati al mondo! Tra il 1801 e il 2001 Russia, Norvegia e altri paesi hanno realizzato più di 220 000 soste scientifiche in questa zona», spiega Sergey Pisarev, lo scienziato russo a bordo di Tara. Dagli anni 1870, navi militari russe e pescherecci norvegesi effettuano osservazioni regolari nel Mar di Barents. Poi, nel 1899, il governo russo lanciò un programma di ricerca a bordo della rompighiaccio Yermak. Nel frattempo, nel quadro del primo «Anno Polare Internazionale», vengono installate alcune stazioni metereologiche nei dintorni del Mar di Barents, come quella di Malie Karmakuli, sull’isola di Novaja Zemlja. Oltre un secolo più tardi, quei dati serviranno come base di studio dei cambiamenti climatici nell’Artico. «Non bisogna dimenticare che 130 anni non sono un periodo di tempo così lungo in termini di variazioni naturali del clima», ricorda Sergey nel corso della propria presentazione davanti all’equipaggio di Tara.

Tuttavia per comprendere la storia del Mar di Barents è necessario risalire a tre secoli prima. Nel 1594, il navigatore ed esploratore olandese Willem Barents salpa da Amsterdam con due navi alla ricerca del passaggio a nord per raggiungere l’Estremo Oriente. Alla fine dovrà fare marcia indietro al largo della punta Nord di Novaja Zemlja, quell’isola longitudinale che oggi appartiene alla Russia. Willem Barents tenterà di percorrere il passaggio a Nord-Est per ben due volte negli anni seguenti, ma invano. Morirà nel corso della terza missione lasciando il suo nome a questo mare del Circolo polare artico.

Il Mar di Barents è invidiato non solo per via della sua posizione sulla rotta marittima verso nord e il suo libero accesso ai ghiacci a sud durante tutto l’anno, ma anche per via delle risorse naturali di cui dispone. Da tempo la zona è nota per essere una grande riserva ittica e, dagli anni 1970, una regione ricca di gas e idrocarburi. Se i ricercatori a bordo di Tara vengono qui per attingere da queste acque solo dati fisici, chimici e planctonici che andranno a completare la base di dati scientifica sugli oceani, altre missioni di esplorazione condotte qui hanno ben altre finalità: definire le zone di pesca o individuare potenziali siti per l’estrazione del gas e del petrolio. Ed è per via di tali interessi economici che il Mar di Barents è stato ultimamente oggetto di contese politiche tra Norvegia e Russia. Ciascuno di questi due paesi vuole appropriarsi della «fetta» più grande, ossia ottenere l’esclusiva economica di questa zona grigia, e di questi spazi marittimi la cui proprietà non è chiaramente definita. Alla fine, l’accordo firmato dai due contendenti è una condivisione equa del territorio: 50% alla Norvegia e 50% alla Russia. 

Comunque sia, il futuro del Mar di Barents si annuncia un po’ agitato, tra la sete di conoscenze di alcuni, desiderosi di comprendere meglio il surriscaldamento climatico nell’Artico, il lavoro di pulizia dei rifiuti nucleari di altri, e tutti i sogni di sfruttamento delle sue risorse naturali. 


Anna Deniaud Garcia

«Adesso si inizia a fare sul serio, nel Grande Nord»

Prima intervista con Etienne Bourgois, presidente di Tara Expéditions, dopo l’inizio della spedizione Tara Oceans Polar Circle.





Etienne Bourgois ©F.Latreille/Tara Expeditions





- Certamente non è ancora il momento di fare bilanci, ma come è andato il primo mese e mezzo di spedizione?

L’intero equipaggio è entusiasta di questa prima parte della spedizione. L’esperienza di Tara Oceans 2009-2012 è sicuramente servita e tutto si è rimesso in moto come previsto. Il materiale scientifico funziona bene così come gli strumenti di prelievo di campioni a funzionamento automatico e continuo, grazie al lavoro dell’ingegnere del CNRS Marc Picheral.

La scelta delle soste dove effettuare i campionamenti tra Tara e i laboratori a terra (finora in totale le soste sono state nove) è stata realizzata in maniera ottimale in quanto le condizioni metereologiche erano favorevoli. Il tempo era tranquillo nelle ultime settimane. Siamo anche riusciti a realizzare una sosta importante, nel cuore del bloom* planctonico.

Ma è adesso che si inizia a fare sul serio, nel Grande Nord.



- Quali sono i vostri timori per i prossimi mesi ?


Il planning è serrato. Dopo esserci stato varie volte, so che nell’Artico bisogna essere pronti a tutto. E tutto dipende dalle condizioni meteorologiche, dalla situazione dei ghiacci. Ciò che conta per me sopra ogni cosa è la sicurezza degli uomini e delle donne a bordo di Tara, e la sicurezza della barca. C’è gente esperta a bordo. Lo scienziato russo Sergey Pisarev che ha partecipato alla spedizione precedente di Tara nell’Artico e che ha apportato tutto il suo know-how. L’attuale capitano Samuel Audrain che ha passato 9 mesi a bordo di Tara quando l’imbarcazione è rimasta stretta tra i ghiacci nel 2007 e 2008. Samuel è un buon marinaio che ha partecipato ad altre spedizioni polari. È molto motivante per l’equipaggio averlo come capitano sapendo che ha occupato tutti i ruoli a bordo di Tara prima di prenderne il comando.



- Com’è la situazione dei ghiacci nell’Artico in questo momento ?


È appassionante seguire in diretta sul sito l’evoluzione del ghiaccio in ogni momento, giorno dopo giorno. Anche se quello che indicano le mappe non corrisponde sempre a quello che c’è nella realtà, sul campo, e non è sempre evidente come calibrare la situazione tra ciò che c’è in situ e le mappe che si ricevono a bordo…

Durante lo scalo a Murmansk (Russia) la settimana scorsa, si sono registrate temperature record di 30°C; ma in quel momento, la fusione della banchisa artica registrava un ritardo di una settimana in rapporto all’anno precedente. Eppure, tutto ciò può cambiare da un momento all’altro. Possiamo fare qualche scommessa, ma è ancora troppo presto.

Quello che è interessante è la pubblicazione quest’anno da parte del GIEC della prima parte del nuovo rapporto quando noi staremo attraversando il Passaggio di Nord-Ovest. Il rapporto aggiornerà le previsioni sullo scioglimento della banchisa proprio quando noi saremo lì a osservare il fenomeno in diretta sul posto.



- Quali le aspettative per questa spedizione?


Ciò che facciamo e faremo per la scienza in questa parte del mondo è davvero innovatore e contribuirà alla conoscenza di questo oceano, in un momento cruciale! L’Artico è testimone diretto dei cambiamenti climatici del nostro pianeta. Vi si sono rilevati cambiamenti molto più rapidi rispetto al passato, siamo tutti preoccupati, tanto i popoli che abitano le coste artiche quanto l’intera popolazione mondiale.



- Qual è il senso del partenariato che avete siglato la settimana scorsa con l’UNESCO?


È il risultato del nostro lavoro con l'ONU dopo la conferenza Rio+20 e le collaborazioni informali che portiamo avanti da qualche tempo con la Commissione oceanografica intergovernativa dell’UNESCO. Siamo fieri che Tara sventoli i colori dell’UNESCO.

Educazione, Scienza e Cultura sono al centro delle nostre due istituzioni; per me è un partenariato che ha un senso molto profondo.



- Tara Expéditions ha avviato lo scorso 11 aprile l’Appello di Parigi per l’Alto Mare. Ce ne può parlare?


Essendo un appassionato di vela, ho scelto la libertà, ovviamente. Ma ciò non deve condurre a qualunque eccesso nell’Alto Mare. Dobbiamo difendere uno statuto per l’Alto Mare, ed è per questo che è nato l’Appello di Parigi. Il grande pubblico, i cittadini possono far arrivare dei messaggi ai nostri dirigenti e incidere sulle scelte politiche. Firmate l’appello, è un gesto semplice e facile per cercare di salvare l’Oceano. Tutti sono preoccupati per il mare, perché la terra è un solo e unico ecosistema.

Tali questioni, che dovranno essere discusse all’ONU da qui al 2014, non devono essere rimandate alle calende greche. Ci stiamo già muovendo per riunire gli stati portatori dello stesso messaggio all’ONU.





* zona di fioritura massiva di micro-organismi planctonici.

2.7.13

La ricerca scientifica tra Murmansk e Dudinka



Stephane Pesant e Lee Karp Boss al lavoro durante una sosta di campionamento. 
A.Deniaud / Tara Expéditions

72° 32 Nord e 44° 06 Est, questo è il luogo in cui gli scienziati di Tara Oceans Polar Circle hanno deciso di spegnere i motori per iniziare la prima lunga sosta di campionamento del tratto Murmansk-Dudinka (Russia). In questo punto, le masse d'acqua provenienti dall'Atlantico entrano nel Mare di Barents da sud e vanno incontro alle masse d'acqua polari. In questa zona detta fronte polare, marinai e scienziati hanno programmato di eseguire ventidue messe in acqua in due giorni consecutivi. Una vera maratona per la scienza, che si ripeterà altre tre volte durante il mese di navigazione tra i due porti russi.

Lunedi mattina, ore 07:30. Sul ponte di Tara, l'equipaggio è pronto per dare avvio alle operazioni della prima lunga sosta dopo Murmansk. Il sole splende in alto, quasi a voler incoraggiare con la sua presenza l’equipaggio e un clandestino a bordo, un esemplare di Uria, un cugino del piccolo pinguino artico venuto ad assistere alle operazioni. Come al solito, la rosetta munita di CTD, è il primo strumento a “tuffarsi” in acqua. Le dieci bottiglie Niskin vengono immerse nell’acqua a 7.5° C al fine di ottenere i primi campioni che definiranno il profilo della colonna d'acqua.

"Abbiamo trovato il Massimo profondo di clorofilla, o DCM (Deep Chlorophyll Max), ovvero la profondità dove c'è più clorofilla, e quindi fitoplancton, a una quarantina di metri sotto la superficie. Ci si aspettava di avere un DCM più profondo e meno pronunciato a causa delle masse d'acqua atlantica e della stagione estiva già inoltrata, ma credo che percepiamo ancora l'influenza delle acque costiere", rivela Stéphane Pesant, uno dei due capi scienziati di questa tappa.

I campioni mostrano che l'ambiente non è molto produttivo nella zona, almeno in questo momento. "Non ci sono molte diatomee *, per contro ho osservato molti dinoflagellati ** e sono bellissimi!”, dice Joannie, entusiasta, mentre esce dal laboratorio secco. I dinoflagellati sono microrganismi mixotrofici, che possono sopravvivere con o senza luce. Le diatomee, invece, non possono vivere né senza luce né senza nitrati.

Sul ponte continuano le operazioni. La rosetta, le reti, la rete manta per la raccolta dei rifiuti di plastica, ma anche la pompa ad alta portata, tutto è pronto per esplorare le profondità dell'oceano, dando continuamente lavoro al team di scienziati: tutto deve essere filtrato e messo in ogni flacone campione, rigorosamente dotato di un codice a barre, e poi conservato in frigorifero o nel congelatore.

La maratona per la scienza continua. Il vantaggio di effettuare campionamenti nell'Artico in questo periodo dell'anno è che non è necessario vegliare la notte! Il sole inonda continuamente il grande blu e il plancton non fa migrazioni verticali giornaliere. Sono le 19:30 di lunedì sera e il ponte di Tara è ancora in fibrillazione. A questa lunga sosta di campionamento seguiranno delle soste brevi giornaliere. È grazie al confronto tra le diverse soste di campionamento che gli scienziati potranno determinare in che misura la prima sosta sia stata rappresentativa delle acque atlantiche.

L'obiettivo di questa tappa tra Murmansk e Dudinka è infatti di prelevare campioni in diverse masse d’acqua caratteristiche del Mare di Barents e del Mare di Kara. Dopo le masse d'acqua dell'Atlantico a sud del fronte polare, gli scienziati effettueranno una seconda sosta lunga a nord del fronte polare, dove immergeranno i loro strumenti nelle acque polari artiche libere dal ghiaccio. "Questa seconda sosta consentirà di mettere a confronto ecosistemi planctonici tra il sud e il nord del fronte polare", spiega Stéphane Pesant. Poi Tara si dirigerà verso il limitare della banchisa, sperando di arrivare in tempo prima che il ghiaccio si ritiri. In queste alte latitudini, gli scienziati si augurano di poter studiare gli ecosistemi del ghiaccio marino. La quarta e ultima sosta, prima di arrivare a Dudinka, verrà condotta nelle belle fresche acque di Enisej, a quasi dodici miglia nautiche dalla costa.

Un vasto programma, dunque, quello che attende il team di scienziati di Tara, che verrà svolto in condizioni che dovrebbero essere sempre più dure. Per ora, la presenza dell’Uria è l’unico indizio che indica all’equipaggio di Tara di essere veramente nell'Artico.


Anna Deniaud Garcia e Stéphane Pesant 


* micro-alga unicellulare, avvolta da un unico guscio a base di silicio
** micro-alghe unicellulari con due flagelli, un involucro di cellulosa, e cloroplasti che consentono loro di svolgere la fotosintesi

30.6.13

Un “tour” degli scienziati a bordo



Prima breve sosta scientifica nel tratto Mourmansk-Doudinka. 
A.Deniaud/Tara Expéditions


Il grande blu circonda di nuovo la goletta scientifica. Murmansk è ormai un puntino sulla mappa. Della nostra prima tappa in Russia, rimane solo la polvere nera sul ponte, nonostante le grandi pulizie. Tara naviga ora sul Mare di Barents, ed è in queste acque che gli scienziati hanno calato gli strumenti per la prima breve sosta nel tratto tra Murmansk e Dudinka, in Russia. Lunedi inizia una lunga sosta: due giorni consecutivi di prelievi. Ma prima di entrare nel vivo dei lavori in corso e di immergerci in spiegazioni scientifiche, ecco una rapida panoramica del team di scienziati presenti a bordo. 


Lee Karp Boss. 48 anni. Orono. Stati Uniti d'America. 
Da Murmansk a Dudinka, Lee svolgerà le funzioni di responsabile scientifico. Insieme al comitato scientifico a terra, decide le posizioni delle stazioni di campionamento. Oltre a coordinare il team, preleva i campioni di virus e batteri per il laboratorio umido situato sul ponte. Originaria di Israele, Lee vive e lavora negli Stati Uniti, dove svolge attività di ricerca e tiene corsi sull’ecologia del fitoplancton presso l'Università del Maine. Lee ha già collaborato come responsabile scientifico durante la spedizione Tara Oceans 2009-2012 nella traversata Valparaíso - Isola di Pasqua. 

Stéphane Pesant. 44 anni. Brema. Germania. 
Responsabile scientifico in questo tratto insieme a Lee, Stéphane aiuta nelle operazioni di coordinamento delle stazioni di campionamento e nella raccolta dati. Si occupa anche della rosetta. Nato in Québec, Stephane ha lavorato per tre anni a Brema presso una casa editrice che pubblica testi scientifici di biologia marina. Questo tragitto verso l'Artico è la sua quinta tappa, oltre alla precedente spedizione Tara Oceans. 

Sergey Pisarev. 55 anni. Mosca. Russia. 
Ricercatore di oceanografia fisica, specialista dell’Artico, Sergey è il rappresentante ufficiale della Russia a bordo. Coordinatore scientifico durante il progetto "Damocles", ha navigato a bordo di Tara prima che la barca rimanesse “intrappolata” nel ghiaccio nel 2006. Sette anni più tardi, ritorna a bordo, e ritrova il nostro capitano Samuel Audrain, già incontrato a bordo della goletta nella stazione Barneo. A bordo, Sergey si occupa del campionamento dello zooplancton e della rosetta. Nel tempo libero, "l'unico russo a bordo" dovrà rispondere alle numerose richieste dei suoi compagni di squadra, curiosi di sapere di più sul suo paese e le sue numerose spedizioni nell'Artico. 

Marc Picheral. 50 anni. Villefranche-sur-Mer. Francia. 
Di nuovo al posto di ingegnere oceanografico. Dopo i dieci mesi a bordo durante Tara Oceans, Marc ritrova il proprio posto sul ponte posteriore della goletta dove vengono messe in acqua tutte le attrezzature. Oltre alle manovre durante le soste scientifiche, Marc gestisce il buon funzionamento delle altre apparecchiature di bordo. A Dudinka, sbarcherà per ritornare al suo laboratorio a Villefranche-sur-Mer e passerà il testimone a Claudie, sua collega per quasi trent'anni, che prenderà il comando della strumentazione. 

Claudie Marec. 51 anni. Québec. Canada. 
Dopo 26 anni presso il CNRS a Brest, Claudie ha attraversato l'Atlantico per lavorare presso il laboratorio Takuvik (Università Laval-CNRS) in Québec. Lì, gestisce la strumentazione dedicata alle misurazioni nell'Artico, principalmente quelle di bloom del fitoplancton a margine della banchisa, nel mare di Baffin. Imbarcatosi a Murmansk, Claudie occupa la posizione di ingegnere oceanografico fino all'ultimo scalo russo, a Pevek. 

Céline Dimier. 35 anni. Villefranche-sur-Mer. Francia. 
Per gli appassionati di Tara Oceans, le presentazioni sono superflue. Céline ha trascorso quasi due anni sul ponte di Tara indossando i suoi stivali di sicurezza e i suoi guanti di gomma. Ingegnere biologa, Celine si occupa del campionamento dei protisti per il laboratorio umido, situato sul ponte. A bordo dall’uscita del porto di Lorient, sbarcherà a Dudinka per far ritorno sul versante canadese a Tuktoyaktuk. 

Joannie Ferland. 30 anni. Québec. Canada. 
La più giovane del gruppo, al suo primo viaggio a bordo di Tara, Joannie lavora con Claudie nel laboratorio Takuvik. Per otto anni, ha partecipato alle campagne della prestigiosa "ArcticNet" nell'Artico canadese, a bordo del rompighiaccio "NGCC Amundsen". Su Tara, Joannie di occupa di imaging e ottica nel laboratorio secco. 


Anna Garcia Deniaud

26.6.13

Primo contatto con la Russia

A.Deniaud/TaraExpéditions

In base alle istruzioni di Yury, la nostra guida russa, abbiamo risalito il fiume Kol'skiy Zaliv, che porta a Murmansk. Mentre Yury, esperto nel compito, sorvegliava le operazioni di comando o fumava l’ennesima sigaretta, noi ce ne stavamo tutti con gli occhi fissi sulle rive del fiume per assistere allo spettacolo che si offriva al nostro cospetto. Al di là dell'emozione di trovarsi faccia a faccia con queste imponenti navi rompighiaccio nucleari, di cui avevamo sentito parlare così tanto, siamo soprattutto curiosi di scoprire un pezzo dell’immensa Federazione Russa. Trentuno volte più grande della Francia, saremo ospiti di questo paese per più di due mesi.

La quiete e il paesaggio al confine con il Kol'skiy Zaliv sono un lontano ricordo. Da lunedì pomeriggio Tara è ormeggiata nel porto commerciale di Murmansk, in una zona dove le gru non si stancano mai di riempire o di svuotare i ventri delle grandi navi. Ci dovremmo quindi abituare al costante ronzio dei motori, ai colpi di catena nei contenitori, e al fischio della piccola locomotiva tricolore, felice ogni volta di fuggire per un momento a quel campo di polvere. Circondato da montagne di minerali di ferro e carbone, il ponte di Tara perderà gradualmente il suo biancore. Le nostre mani e scarpe iniziano ad assomigliare a quelle dei minatori.

Tara rimarrà ferma sulla banchina numero 16 per cinque giorni. Fin dai primi momenti, ci siamo resi conto di quanto sarà difficile comunicare qui. Solo Vincent Le Pennec, un nostro assistente, e Celine, la nostra cuoca, avevano tentato, prima di partire per la spedizione, di imparare questa lingua. Ma, per la costernazione di tutto l'equipaggio, i due addetti hanno dimenticato quasi tutto! E la speranza di essere capiti in inglese è vana. L'episodio dell’ormeggio ha – in un certo grado - dell’epico. Ciascuno tirando le cime degli ormeggi dalla sua parte - gli ospiti sulla banchina, e noi, gli invitati, sul ponte. C'è mancato poco che scoppiasse una lite. Una cima in ogni mano, Marc Picheral è stato rimproverato senza potere nemmeno replicare, o eseguire l'ordine che gli era stato impartito in maniera secca. Fortunatamente, dopo aver attraccato la goletta correttamente, solo la tensione delle cime degli ormeggi si è accentuata, tutte le altre si sono disperse.

Dopo poche ore, le autorità russe ci hanno fatto visita. Non ci è voluto molto per sbrigare le pratiche... Dopo aver timbrato i documenti, abbiamo finalmente potuto visitare Murmansk, la città più grande dell’Artico, con oltre 350 mila abitanti. Fuori il sole era radioso, le temperature erano intorno ai 25° C. Oggi, addirittura 29° C, un record dopo molti anni! Per lasciare il porto in ebollizione, abbiamo costeggiato la ferrovia, dove passa la piccola locomotiva tricolore. A ogni nostro passo si sollevava una nuvola di polvere nera che ricadeva pesantemente sulle nostre tracce. Avevamo percorso circa un chilometro fino a che un posto di blocco ci ha sbarrato la strada. Abbiamo dovuto mostrare che avevamo tutte le carte in regola. Il controllo non è durato a lungo… Ci hanno autorizzato a entrare in territorio russo.

25.6.13

Una missione unica: tutti i giorni insieme a noi!




F.Latreille/Tara Expéditions



francetv nouvelles écritures, France3, Thalassa e Tara Expéditions presentano il sito «Tara Live Arctique» visitabile da oggi all’indirizzo: www.francetv.fr/tara


Seguite la spedizione Tara Oceans Polar Circle dal vivo su Internet. Ogni giorno troverete le immagini e le foto inviate dal team a bordo di questa incredibile avventura scientifica e umana: 25.000 chilometri sul Mar Glaciale Artico. Le immagini “grezze”, non elaborate provengono da quattro telecamere situate in vari punti della goletta. Per maggiori informazioni sulla spedizione, fare clic qui (in francese o inglese).


Grazie all’"immagine del giorno", potete seguirci ogni giorno anche su Instagram e Twitter: #TARAexpeditions.

22.6.13

Il passaggio a Capo Nord

A.Deniaud/TaraExpéditions
Dopo l’ascolto delle arie di fisarmonica per la festa della musica, sabato pomeriggio abbiamo superato Capo Nord, sotto un cielo ondeggiante. Coccolati dalla Corrente del Golfo*, abbiamo potuto ammirare sul ponte di Tara le leggendarie falesie, approfittando di temperature miti, intorno ai cinque gradi. Più di 180 miglia nautiche, e ora sventoleremo una nuova bandiera di cortesia, i colori della Russia prenderanno il posto di quelli della Norvegia…

Il porto di Tromsø è ormai lontano, ma sarà ricordato come una piacevole tappa della spedizione Tara Oceans Polar Circle. Sotto un sole radioso, Tara si è intrufolata tra i fiordi della Norvegia, in attesa del solstizio d'estate, in quella che per molti viaggiatori è la tappa finale o il sogno del loro viaggio: Capo Nord. 71° 09 Nord e 25° 47 Est. Come suggerisce il nome, questo capo si trova nel punto più a nord d'Europa. Come Capo Horn o il Capo di Buona Speranza, anche se meno pericoloso, doppiare questo capo è un’impresa leggendaria per chi naviga. Così abbiamo tirato fuori le macchine fotografiche e scritto su un piccolo foglio di carta la data e il luogo, per immortalare il momento per sempre. Curiosamente, ci siamo avventurati verso l'ingresso della baia per guardare più da vicino queste scogliere rocciose, su cui è ancora visibile la neve di un bianco immacolato e una vegetazione verdeggiante che sta tentando di far valere i propri diritti dopo i lunghi mesi invernali. L’escursione è stata piacevole, ma il dovere ci chiama e così abbiamo preso la rotta di Murmansk. A sostegno di questa nostra saggia decisione, il sole si è assentato un momento per lasciare posto a un acquazzone. Abbiamo raccolto il bucato steso sul ponte posteriore della goletta, e ci siamo riuniti attorno al tavolo per un buon pasto. Appagati dalla piacevole giornata trascorsa, eravamo ben lungi dall'immaginare che un'altra sorpresa ci attendeva a poche miglia nautiche di distanza.

Mentre eravamo seduti a tavola, Nicolas de la Brosse, ufficiale sul ponte di Tara, aveva iniziato in solitudine il suo quarto di guardia notturna in timoneria. Quarto di guardia notturna, il termine ha certamente poco significato in mezzo a queste interminabili giornate, ma il compito rimane essenziale. Brevemente. Durante il suo turno di notte Nicolas ha osservato uno strano fenomeno all'orizzonte. "Fin dall'inizio del turno, ho avuto difficoltà a valutare le distanze, la linea dell'orizzonte era offuscata. Tutt’a un tratto, ho visto il cargo rosso a tre miglia nautiche da noi, il triplo in volume, per poi scomparire in soli trenta secondi." Per mettere a tacere le sue allucinazioni, ci invita a unirci a lui sul ponte. Sotto i nostri occhi attenti e sotto gli obiettivi delle telecamere, il fenomeno si ripete. Forse un miraggio, l’effetto Novaja Zemlja probabilmente! L'effetto Novaja Zemlja, dal nome russo dell’arcipelago del Mar Glaciale Artico fra il Mar di Barents e il Mar di Kara, è stato osservato per la prima volta nel 1596 dai naufraghi dell’esplorazione di William Barents, celebre navigatore ed esploratore olandese. Non è nient’altro che un miraggio atmosferico polare. In circostanze particolari, l'atmosfera si trasforma in guida di onde, cioè guida i raggi luminosi del sole su una traiettoria insolita. A causa di questo fenomeno che Gerrit de Veer, uno dei membri dell'equipaggio della spedizione Barents la cui barca è rimasta bloccata tra i ghiacci, osservò durante l'inverno polare, il sole sorge due settimane prima della data normale. Senza alcun dubbio, questa spedizione artica non ha ancora finito di sorprenderci!

Anna Garcia Deniaud

*Corrente del Golfo: corrente marina calda dell’Atlantico che tempera i climi litoranei dell’Europa del Nord-Ovest.

21.6.13

Sam, Capitano delle acque gelide.

Addio Tromsø (Norvegia), direzione Murmansk (Russia). Questo viaggio tra i fiordi, Tara e Samuel Audrain lo conoscono bene. Nel 2006, prima di iniziare la deriva artica, goletta e marinaio avevano già affrontato insieme la stessa rotta. All'epoca Samuele era un semplice marinaio. Oggi, è il capitano!

A.DeniaudGarcia/TaraExpéditions
Da Tromsø a Dudinka, è a Samuel Audrain che tocca prendere il comando della goletta scientifica. Come per Loïc Vallette, suo predecessore, anche per Samuel si può dire che sapesse condurre una barca a vela ancora prima di camminare! Per lui, il mare è un parente stretto. In famiglia, lo zio ha rimesso in funzione i vecchi impianti. Il bisnonno era un capitano di lungo corso all’epoca in cui il vapore ha iniziato a fare ombra alla vela. La zia, fotografa di mare. Il nonno trascorre il tempo libero a bordo del Jacaré, un melody di dieci metri…

Sulle onde della Loira, a pochi chilometri da Nantes, Samuel sperimenta giovanissimo lo hobby cat 16 e il windsurf. "Avevo solo dieci anni quando mio zio mi ha iniziato alla tavola. Non ero abbastanza pesante per sollevare la vela, così mi ha dato uno zaino pieno di bottiglie d'acqua." A sedici anni, il "marinaio di acqua dolce" ha fatto il suo primo viaggio, dalla Grecia al sud della Francia, insieme al nonno. Dopo un’avventura così bella è difficile fare marcia indietro. Samuel diventa monitor alla scuola dei Glénans, poi si butta sul brevetto di vela, prima di ottenere un Brevetto di Padrone del Diporto alla Vela (BPPV). In Gran Bretagna e alle Antille, il giovane trascorre il suo tempo sull’acqua o sott’acqua!

Grazie al diving, Samuel entra per la prima volta in contatto con il mondo delle esplorazioni. A Clipperton ha occasione di partecipare a una spedizione di Jean-Louis Etienne, il famoso esploratore francese, ex-proprietario di Antarctica, l’attuale Tara. La spedizione Clipperton consiste nel fare un inventario della flora e della fauna dell'atollo. Sam fa parte della squadra logistica subacquea. "Mi sono reso conto che mi tuffai senza sapere veramente cosa fosse l’immersione.». Per rimediare a questa lacuna, al ritorno si iscrive a un corso di formazione subacquea per professionisti.  Con questa doppia formazione alle spalle, Sam conosce Etienne Bourgois, presidente di Tara Expeditions. Jean-Louis Etienne gli aveva parlato di lui…

Samuel ha convinto ancora una volta! Nel 2005, si è imbarcato sulla goletta polare. Dopo una sosta a Capo Verde, giunge nella Georgia del Sud per una missione scientifica per studiare il ritiro dei ghiacciai, le procellarie e i leoni marini. Una seconda missione in Georgia del Sud, poi un cantiere a Lorient, e infine a bordo di Tara per guidare la barca fino all'ultimo scalo siberiano, prima di incontrare la banchisa. "Siamo passati attraverso gli stessi luoghi: Tromso, Mursmansk… È bello tornare qui, la gente ci riconosce!". Allora l’appassionato di vela comincia seriamente a tenere d’occhio le macchine. "Ho subito capito che su Tara la parte meccanica è molto importante!". Sperando in un  reimbarco futuro, Samuel torna a scuola per imparare la meccanica.

Con il diploma di meccanico per imbarcazioni fino a 750KW in tasca, il desiderio si fa sentire maggiormente. Si unisce di nuovo all’equipaggio di Tara nella deriva artica. Rimane undici mesi a bordo come meccanico. Pochi giorni prima della partenza, in veste di subacqueo, Samuel trova un nuovo pericoloso avversario da superare: il ghiaccio. Si fonderà completamente! Gli scricchiolii della banchisa non lo fanno desistere. Nel 2010, durante Tara Oceans, Sam intraprende la spedizione "Under the pole” (Sotto il Polo). L'obiettivo della missione: filmare sotto il ghiaccio artico. Nell’aereo canadese che lo porta fino al Polo Nord, Samuel nota l’adesivo di Tara. "Era  lo stesso pilota che ci aveva portato lì per la deriva! " Il mondo dell’esplorazione non è così grande…

Insaziabile avventuriero e studioso, Samuel diventa nel 2011 Capitano 500. Oggi ha tutte le qualifiche e l'esperienza necessaria per prendere il comando di Tara. Così, quando Roman gli offre di imbarcarsi come capitano in una spedizione intorno al Circolo Polare Artico, Tara Oceans Polar Circle, capite bene che il professionista della navigazione e l’appassionato dei ghiacci non può dire di no! Il resto della storia verrà scritta nei prossimi giorni…
Anna Garcia Deniaud

19.6.13

La testimonianza di Lionel Guidi (Villefranche/CNRS), scienziato capo a bordo di Tara, nel tratto tra Lorient e Tromso.

Y.Chavance/TaraExpéditions
È stata una delle migliori missioni a cui ho avuto modo di partecipare. Tara, essendo una barca a vela che a priori potrebbe rappresentare un ostacolo in una missione oceanografica, è stata fortemente adattata alle nostre esigenze, grazie a una serie di migliorie apportate quali il laboratorio umido o il laboratorio secco.

La partenza da Lorient il 19 maggio è stata incredibile e rimarrà uno dei ricordi più belli della mia carriera scientifica. Questa missione per me non è stata solo un’avventura scientifica, ma anche una vera e propria avventura umana. Tutta l’équipe di Tara, a terra e in mare, ha fatto tutto il possibile per facilitare il nostro lavoro.

L'equipaggio (Loïc, Samuel, Daniel, François, Louis, Dominique) era eccezionale, sempre pronto ad aiutare e a mettere in funzione tutti i mezzi per garantire che il lavoro avvenga nelle migliori condizioni. Dominique, la nostra cuoca, aveva verso di noi mille attenzioni (tè, cioccolata calda, snack e molto altro) e si prendeva cura di noi tutti i giorni, sono piccoli dettagli che rendono più gradevole il lavoro sul ponte, di per sé duro e svolto in condizioni difficili. A bordo regnava una vera e propria atmosfera collegiale, e la coesione tra scienziati e marinai è reale e molto efficiente. Il fatto che la scienza partecipi ai doveri della vita in barca (lavare i piatti, fare le pulizie, i turni di guardia e così via) è certamente un fattore promotore di tale coesione. Dopo un mese a bordo abbiamo la sensazione di essere parte di una "famiglia".

Per concludere, l'unica cosa impossibile con Tara è non aver voglia di reimbarcarsi!
Lionel Guidi

14.6.13

Tara in Norvegia

Da qualche ora si sente già il profumo della terra. Un gran daffare a bordo, tutti gli orologi regolati sull’ora norvegese, aumenta il numero di barche attorno a noi, e da ieri sera si avvistano all’orizzonte le prime cime innevate. Dopo varie ore di navigazione, Tara è arrivata venerdì a mezzogiorno a Tromsø, nel nord della Norvegia.

Tara a Tromsø. Y.Chavance/Tara Expéditions

Sotto il sole radioso di questa fine mattinata, Tara penetra finalmente nei fiordi norvegesi. Da una parte e dall’altra della goletta, alcune colline verdeggianti si immergono nel mare, lasciando intravedere in lontananza le alte cime innevate.  Dopo alcune ore, il braccio di mare si restringe consentendoci di vedere le prime case di legno, che appena contrastano con il loro aspetto grandioso. Attorno a un piccolo isolotto, il leggendario Hurtigruten, il famoso servizio di traghetti costiero norvegese, ci doppia. Non importa, siamo tutti sul ponte per vivere le nostre prime ore norvegesi al nostro ritmo. Presto saremo a Tromsø.

Dopo il nostro breve passaggio alle isole Faroe, due settimane fa, questa sosta norvegese rappresenta il primo vero e proprio scalo della nostra spedizione. Un’intera settimana attraccati in porto, il tempo di recuperare dell’altro materiale, e soprattutto di effettuare il cambio dell’equipaggio. Durante questa settimana, a undici persone, fra marinai e scienziati, verrà dato il cambio, sostanzialmente a quasi tutto l’equipaggio. Uno scalo importante da un punto di vista logistico, quindi, ma anche di grande portata simbolica. Tromsø, per statuto e storia, è una tappa obbligatoria in una simile spedizione verso l’Artico.

La città conobbe il suo massimo splendore nel periodo d'oro dell'esplorazione polare. Tromsø era allora una vera e propria porta verso l'Artico, mitico punto di partenza per tutti gli esploratori leggendari come Amundsen e altri, le cui gesta sono raccontate nel grande museo polare della città. Oggi, Tromsø detiene ancora un posto centrale nella regione artica, da un punto di vista scientifico. L'università, una delle più a nord del mondo, riceve migliaia di ricercatori e studenti interessati nelle regioni polari. Inoltre ha sede qui l'Istituto polare norvegese. L'Istituto norvegese funge da autorità per tutte le questioni relative alla ricerca scientifica nell’Artico: la biodiversità degli ecosistemi marini, il cambiamento climatico, l'oceanografia e così via.

Da un punto di vista politico, infine, Tromsø ospita anche un ufficio permanente dell’Arctic Council. Questa organizzazione intergovernativa che raggruppa tutti gli stati che si affacciano sul Mar Glaciale Artico è un esponente di primo piano per lo sviluppo, la tutela delle popolazioni indigene, la salvaguardia dell'ambiente e la politica di gestione nella regione. Con una tale importanza per l'Artico, era inevitabile che questa città di 65.000 abitanti a 300 chilometri dal Circolo Polare Artico diventasse una tappa fondamentale della nostra spedizione.
Yann Chavance

13.6.13

Gli strumenti di Tara: il CPR

A bordo della goletta, tra la marea di dispositivi elettronici, microprocessori e circuiti stampati, il CPR (Continuous Plankton Recorder) sembra un oggetto di un'altra epoca. Una struttura in metallo, dei rotoli di seta, un’elica e degli ingranaggi, questo semplice meccanismo è rimasto praticamente invariato da quasi un secolo, sempre con la stessa efficacia.

Dal 1930, centinaia di traghetti, cargo e altre navi si sono già trascinati dietro nella loro scia questa grande scatola di metallo di quasi 100 chili. Una ragione di questo successo è probabilmente la facilità d'utilizzo del CPR: basta mettere in acqua questa robusta scatola attaccandola all’estremità di un cavo, a pochi metri di profondità, e recuperarla a bordo pochi giorni dopo, piena zeppa di organismi planctonici. Il principio di questo apparecchio non è molto complicato. Un piccolo foro nel guscio esterno consente all’acqua di mare di entrare per poi passare tra due rotoli di seta. L'acqua viene così filtrata, intrappolando il plancton tra due sottili strisce di seta. Il tutto è infine raccolto nella formalina sul retro. Basta poi  cambiare i rulli di seta, una volta srotolati per riprodurre l’operazione.

J.Collet/TaraExpéditons

Per far funzionare questo meccanismo, non occorre nessun motore o chip elettronico. Il flusso dell'acqua generato dalla velocità della barca aziona una piccola elica che fa ruotare in modo continuo i rotoli di seta attraverso un abile gioco di ingranaggi. Questa semplicità tuttavia ha qualche  svantaggio  in quanto rallenta una nave come Tara, poco veloce. Ma questo è il prezzo da pagare per raccogliere in modo continuativo un gran numero di dati completamente nuovi. Perché se molte navi hanno usato questo sistema in passato, nessun CPR era mai stato utilizzato nel Mar Glaciale Artico. La nostra spedizione intorno al Polo Nord è quindi un'occasione unica per completare i dati globali già raccolti in tutto il mondo.

A bordo di Tara, tre CPR sono stati incorporati per i sette mesi della spedizione. Dopo ogni stazione, un CPR viene messo in acqua, fino alla sosta successiva. Gli organismi intrappolati nella formalina saranno poi inviati alla Sir Alister Hardy Foundation per Ocean Science (SAHFOS), la fondazione che analizza i dati dei CPR in tutto il mondo. I risultati saranno messi a disposizione della comunità scientifica, tra cui i laboratori coinvolti nel progetto Tara Oceans Polar Circle, e andranno a integrare la ricchezza di dati forniti da altri strumenti di misurazione a bordo di Tara.

Yann Chavance

10.6.13

Nelle acque dell'Artico



Y.Chavance/Tara Expéditions
La terza lunga sosta per effettuare campionamenti, e il cui termine è previsto per lunedì, offre agli scienziati una buona visione d'insieme delle condizioni che li attendono per il resto della spedizione. Proseguendo la nostra rotta verso nord, dopo le Isole Faroe, le temperature sono inevitabilmente scese sotto lo zero.

Dopo il mal tempo incontrato poco dopo la partenza da Lorient, le condizioni metereologiche sono rimaste ottimali con temperature relativamente elevate per queste latitudini, mare piatto, cielo azzurro appena offuscato da un paio di giorni di nebbia, insomma, un momento perfetto per lavorare sul ponte posteriore di Tara. Dopo la lunga sosta della settimana scorsa, gli scienziati a bordo hanno approfittato del meteo favorevole per effettuare una sosta quotidiana breve. Ogni giorno, la goletta si fermava qualche ora per raccogliere quante più informazioni sulla massa d’acqua sottostante: temperatura, salinità o presenza di nutrienti in superficie. Per una settimana, i vari sensori della spedizione hanno permesso di analizzare il più finemente possibile le diverse masse d'acqua attraversate.

Domenica è partita la terza lunga sosta di questo inizio spedizione che segna la ripresa dei prelievi di campioni di plancton; stavolta però in condizioni molto più difficili per i sei scienziati al lavoro sul ponte posteriore. A 76° di latitudine nord, le temperature si aggirano intorno agli zero gradi, e non manca l'arrivo di qualche fiocco di neve che si posa sulla rosetta. La temperatura dell'acqua non è molto più alta. In queste condizioni, gli strati di abbigliamento aumentano per coloro che si alternano sul ponte, e non mancano cappelli e guanti. Periodicamente appare in cucina uno degli scienziati completamente congelato che viene a riscaldarsi con una bevanda calda, prima di tornare di nuovo a immergere la rosetta o la rete in acqua…

Questa terza sosta segna anche il vero ingresso della spedizione nelle acque artiche. Dopo una prima tappa alle Isole Faroe nell'Oceano Atlantico, una seconda la settimana scorsa nelle calde acque della corrente dell’Atlantico settentrionale, con questa terza sosta abbiamo finalmente lasciato questa corrente per andare a incontrare le fredde acque del Mar Glaciale Artico. Alla fine, le prime tre stazioni di campionamento, collegate tra loro da brevi soste quotidiane, hanno permesso di studiare qualsiasi variabilità offerta da questa regione, tra le acque calde del Golfo e quelle fredde del Polo. Per gran parte dell’equipaggio, da poco sostituito a Tromsø, in Norvegia, gli ultimi giorni di lavoro a bordo hanno il sapore della soddisfazione: missione compiuta per questa prima tappa.

Yann Chavance

7.6.13

Sotto il sole di mezzanotte

Nonostante la foschia che da qualche giorno lo tiene nascosto, il sole non tramonta più sul ponte di Tara, limitandosi a scendere timidamente verso l'orizzonte prima di tornare di nuovo in cielo. Questo giorno perpetuo, anche detto giorno polare o sole di mezzanotte, è dovuto ai complessi movimenti della terra intorno al sole.
 
Y.Chavance/TaraExpédition

Per comprendere il fenomeno, immaginate una lampadina fissata al suolo, che fa le veci del sole. Ora prendete una trottola tonda, attraversata da un’asticella di metallo dall’alto (Polo Nord) verso il basso (Polo Sud). La trottola, ossia la Terra, gira intorno alla lampadina descrivendo un cerchio quasi perfetto. Ci impiegherà 365 giorni per completare il giro attorno al suo sole, girando su se stessa ogni 24 ore. In ogni momento, metà della trottola riceverà quindi la luce, mentre l'altra metà rimarrà al buio.

La durata del giorno è dovuta a un altro fattore. L’asticella di metallo, corrispondente all’asse di rotazione, non è perfettamente perpendicolare al terreno. In altre parole, la vostra trottola è leggermente inclinata con un angolo di circa venti gradi. A un certo punto della rotazione intorno alla lampadina (solstizio d'estate), la parte superiore della trottola sarà rivolta verso la luce: è estate per l'emisfero nord, le giornate si allungano. Sei mesi più tardi, durante il solstizio d'inverno, sarà la parte inferiore a essere rivolta verso il sole: d’inverno infatti si accorciano le giornate nell'emisfero settentrionale, ed è estate a sud dell’equatore.

Infine, durante il solstizio d'estate, quando l’emisfero settentrionale è rivolto verso la luce, date un’occhiata alla zona intorno all’asticella di metallo che fuoriesce dalla parte superiore della vostra trottola (Polo Nord). A causa del suo asse di rotazione leggermente inclinato, vediamo che questa zona è costantemente esposta alla luce, anche quando la parte superiore della trottola gira su se stessa: si tratta del giorno polare, il polo non potrà mai essere al buio. Allo stesso tempo, l'area intorno all'asticella di metallo della parte inferiore della trottola (Polo Sud) è costantemente immersa nella notte polare.

Ai due poli, il giorno polare dura sei mesi, mentre la notte si prolunga per gli altri sei mesi dell'anno. Più ci allontaniamo da queste latitudini estreme, meno il fenomeno dura nel tempo. Per definizione, il Circolo Polare Artico è la latitudine più bassa dove il sole non tramonta per almeno 24 ore nel giorno del solstizio d'estate e non sorge il giorno del solstizio d'inverno. Nell'altro caso estremo, all'equatore, la durata del giorno è la stessa durante tutto l'anno. Per Tara che trascorrerà la maggior parte della spedizione oltre il Circolo Polare Artico, il giorno polare scaccerà la notte per molte settimane.

Gli strumenti di Tara: l’UVP

Per continuare la serie dedicata agli strumenti presenti a bordo di questa spedizione ci soffermeremo nuovamente sulla rosetta e spiegheremo in dettaglio un dispositivo di imaging: l’UVP (Underwater Vision Profiler).




Tra le bottiglie di campionamento della rosetta c’è un intruso, un bizzarro strumento: un lungo cilindro di metallo verticale che sovrasta due cilindri orizzontali. Se la scritta "UVP" presente sul dispositivo non dice nulla al neofita, per gli specialisti, l’acronimo evoca un potente sistema di imaging integrato in grado di contare e misurare tutte le particelle superiori a 100 micron, ovvero un decimo di millimetro. Tra queste particelle, c’è anche il piccolo zooplancton, il famoso plancton "animale", anche detto "neve marina".

Il nome risale al 1960, quando i primi sottomarini che guardarono la superficie marina videro una moltitudine di particelle scendere come neve verso il fondo. Queste particelle in realtà sono pezzetti di materia organica: carapaci di zooplancton, frammenti di fitoplancton morto e altri rifiuti organici di ogni tipo. Questa neve marina è particolarmente importante per il clima del nostro pianeta, infatti tutte queste particelle contengono carbonio che potrebbe sedimentare sul fondo dell'oceano e diventare petrolio. Una vera trappola al carbonio, che imprigiona sul fondo gran parte del carbonio atmosferico.

Per studiare la quantità di particelle, la loro distribuzione e dimensione, ma anche la velocità con cui scendono verso il fondo marino, è quindi necessario uno strumento fatto su misura. Per molto tempo, le cosiddette "trappole di sedimenti", specie di raccoglitori di particelle collocati sotto la superficie, erano gli unici strumenti in grado di quantificare questa neve marina. Nel 1989, il laboratorio di oceanografia di Villefranche-sur-mer si occupò del problema e creò un primo prototipo di UVP. Una ventina di anni più tardi, lo strumento si rivelò un successo, e dal 2010 viene commercializzato. Durante la spedizione Tara Oceans, la goletta poteva vantare di avere a bordo il primo prototipo di UVP.


Ma cosa si nasconde dietro a questo strumento innovativo?
L’UVP è composto da una telecamera "intelligente" collegata a un computer in grado di contare e misurare tutte le particelle che vi passano davanti. Se sono presenti particelle di grandi dimensioni superiori a 0,5 mm, l’UVP memorizza le immagini interessanti per analizzarle in seguito. Per visualizzare le particelle che passano davanti all’obiettivo, i due cilindri orizzontali proiettano un sottile fascio di luce: solo le particelle che passano attraverso la luce di due centimetri di spessore saranno visibili alla telecamera. Inoltre è possibile collegare all’UVP molti altri sensori per rilevare altri parametri quali la profondità.

Durante tutto il tempo in cui la rosetta scende sott’acqua, l’UVP scatta in media diecimila immagini, fino a dieci foto al secondo. Gli scienziati raccolgono moltissimi dati sulla quantità di particelle incontrate, la loro dimensione e profondità. Ciascun tipo di particella può quindi essere associato a una velocità di movimento verso il basso, fornendo informazioni preziose sul carbonio nel fondo dell’oceano. Ma gli ingegneri che hanno ideato l’UVP non intendono fermarsi qui. Il loro prossimo obiettivo è migliorare questa telecamera intelligente affinché sia in grado di individuare in tempo reale le particelle incontrate.

Yann Chavance

3.6.13

Tara passa il Circolo Polare Artico

Domenica 2 Giugno 2013 alle 23:07 e 41 secondi esatti, secondo i dati del GPS a bordo, Tara ha superato un traguardo simbolico di questa spedizione intorno al Polo Nord: la traversata del Circolo Polare Artico. Una frontiera invisibile degnamente festeggiata.

Y.Chavance/Tara Expéditions
Da qualche giorno i pronostici sulla data e l'ora di questo famoso passaggio si facevano più certi. Giorno dopo giorno, il computer di bordo dava previsioni sempre più accurate: il passaggio del Circolo Polare Artico avverrà domenica sera. Per via di una lunga fermata prevista per la mattina successiva, molti sono tornati in cabina a malincuore, ma qualche coraggioso ha voluto festeggiare questo momento. Alle 23, ora a bordo, siamo otto i "taranauti" che ci siamo raccolti in timoneria, gli occhi incollati allo schermo del GPS. Fuori, un sole timido riluttante a tramontare. Restano all'orizzonte poche ore, non abbastanza per immergere il ponte nell’oscurità.

Poco prima si era acceso un dibattito a proposito dell'esatta latitudine del Circolo Polare Artico: 66°33 o 66°34? Ognuno si è tuffato nei libri e nelle carte a bordo alla ricerca delle migliori argomentazioni. Abbiamo finalmente deciso di fermarci a 66°33 Nord. Anche se nessuna linea appare magicamente all'orizzonte, tuttavia questa latitudine corrisponde a un confine che non è affatto arbitrario: è la zona in cui il sole non tramonta mai almeno un giorno all’anno, durante il solstizio d'estate. Il numero di giorni polari quindi aumenta gradualmente andando sempre più nord.

Infine, il GPS visualizza la latitudine fatidica: 66°33 Nord. Sul ponte, il piccolo gruppo immortala l’istante su un cartello creato per l'occasione con le proprie mani. C’è da dire che attraversare questa linea invisibile, come quella dell'equatore, è sempre un traguardo simbolico per un’imbarcazione. Ma la dimensione simbolica è ancora più sentita in una spedizione come la nostra intorno all'Artico. Riattraverseremo questo confine solo fra cinque mesi, quando ci lasceremo alle spalle la Groenlandia per arrivare in Québec. Ma allora il passaggio sarà da nord a sud, e segnerà la fine del nostro periplo tra i ghiacci.

Yann Chavance